Bagno di sangue in Iran, il regime spara sulla folla: è strage di manifestanti, almeno 65 morti. Il procuratore: “Rischio pena di morte”

L’Iran sta attraversando una delle fasi più drammatiche della sua storia recente, con un’ondata di proteste che sta scuotendo le fondamenta della Repubblica islamica. Le notizie che filtrano attraverso le maglie della censura e i blocchi tecnologici descrivono un panorama di guerriglia urbana e repressione violenta. La notte di Teheran e di altre grandi città come Mashhad e Tabriz è illuminata dai bagliori degli scontri e segnata dal fragore delle armi da fuoco. Le testimonianze dei civili, spesso trasmesse in modo frammentario grazie a connessioni di emergenza, parlano di strade trasformate in veri e propri mattatoi, dove il sangue dei manifestanti segna il suolo dopo cariche brutali delle forze di sicurezza. Il governo ha risposto con una chiusura totale, isolando il Paese dal resto del mondo attraverso il blackout di internet e la sospensione delle linee telefoniche, rendendo quasi impossibile il coordinamento delle proteste e la verifica indipendente del numero delle vittime.
La risposta del potere centrale
Di fronte a una sollevazione di tale portata, la Guida suprema Ali Khamenei ha scelto la linea della massima fermezza, rifiutando ogni forma di dialogo con chi contesta il sistema. In un discorso trasmesso a reti unificate, il leader ha etichettato i manifestanti come sabotatori e mercenari al soldo di potenze straniere, negando la natura spontanea e popolare della protesta. Per il vertice teocratico, chi scende in strada non è un cittadino che reclama diritti, ma un criminale che agisce per compiacere nemici esterni, in particolare gli Stati Uniti. Questa narrazione serve a giustificare l’uso della forza estrema, inquadrando la repressione come una necessaria operazione di difesa nazionale contro l’eversione. La Guida suprema ha ribadito che lo Stato non cederà di un passo, confermando una strategia di nessuna clemenza che mira a soffocare il dissenso attraverso il terrore e la forza militare.
Un bilancio di sangue in crescita
Le organizzazioni non governative e le agenzie per i diritti umani stanno tentando faticosamente di documentare l’entità del massacro in corso. Secondo i dati raccolti, il numero dei morti è già salito a 65 persone, ma si teme che la cifra reale sia molto più alta a causa dell’isolamento informativo in cui versano molte province periferiche. Le zone più colpite non sono solo i grandi centri urbani, ma anche regioni storicamente difficili come il Sistan e Baluchistan, dove a Zahedan la polizia ha aperto il fuoco direttamente sulla folla. Gli arresti hanno superato quota duemila, coinvolgendo non solo chi partecipa attivamente agli scontri, ma anche figure che potrebbero rappresentare un riferimento morale o politico per i manifestanti. La diffusione di video che mostrano corpi senza vita abbandonati per strada testimonia la ferocia di un apparato di sicurezza che non esita a usare munizioni letali contro la popolazione civile disarmata.

Il rischio della pena capitale
Un ulteriore elemento di gravità è rappresentato dalle minacce legali che arrivano direttamente dalle procure iraniane. Il procuratore di Teheran ha lanciato un monito ufficiale, dichiarando che per i manifestanti coinvolti in atti di violenza o distruzione di proprietà pubbliche è prevista la pena di morte. Questa minaccia di esecuzioni di massa serve come deterrente estremo per svuotare le piazze, ma rischia di esasperare ulteriormente la rabbia di chi sente di non avere più nulla da perdere. Le Nazioni Unite hanno espresso profonda preoccupazione per questa deriva, con l’alto commissario Volker Türk che invoca indagini indipendenti. Anche figure di spicco come il premio Nobel Shirin Ebadi hanno lanciato allarmi disperati, temendo che dietro il silenzio imposto dal blackout si stia consumando un eccidio sistematico privo di testimoni oculari che possano riferire alla comunità internazionale.
Lo scontro diplomatico globale
La crisi interna iraniana è diventata rapidamente un caso diplomatico internazionale di primissimo piano, con le potenze occidentali che osservano con estrema tensione le mosse di Washington. Il presidente americano Donald Trump ha adottato una retorica molto aggressiva, minacciando interventi durissimi nel caso in cui la repressione dovesse continuare con le modalità del passato. Questo posizionamento ha spinto il governo di Teheran a denunciare ufficialmente all’Onu un presunto disegno di destabilizzazione orchestrato dagli Stati Uniti per rovesciare il sistema. Nel frattempo, i leader di Francia, Germania e Gran Bretagna hanno condannato l’uccisione dei civili, cercando di mantenere una pressione diplomatica costante. In questo scenario si inserisce anche la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che dall’esilio chiede un intervento internazionale a sostegno del popolo iraniano, complicando ulteriormente il quadro delle possibili soluzioni politiche a una crisi che sembra non avere sbocchi pacifici.




