Italia in lutto, la Tv perde uno dei suoi personaggi più signorili e competenti

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L’ultimo suo editoriale per il Corriere della Sera di Roma è stato, pochi giorni fa, in difesa dei bambini di Castro Pretorio ai quali il cuore cattivo della città aveva rubato le giostre. Un episodio minimo, si potrà dire, ma erano questi per lei, e lo sono per noi, i fatti che meglio di mille editoriali raccontano le disparità del nostro mondo.

E a Marida Lombardo Pijola, scomparsa ieri a 65 anni dopo un lungo combattimento con la malattia, le disparità e i soprusi non sono mai piaciuti: le veniva naturale proteggere i più deboli, animata com’era da un calore umano forte, assistito da un’enorme capacità professionale. Aveva cominciato a Bari, la sua città, per poi trasferirsi presto a Roma, prima alla Gazzetta del Mezzogiorno, poi, per quasi trent’anni, al Messaggero. Lì è stata una delle firme di punta, coprendo nel corso del tempo – da inviata speciale – la grande e piccola cronaca giudiziaria italiana:

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dallo scacco al pool antimafia di Palermo alla morte di Falcone e Borsellino, dalle violenze sui minori alla grande inchiesta che condusse sull’adolescenza violata tra discoteche e scuole della Capitale. Questo lavoro diede origine al suo bestseller editoriale, «Ho dodici anni, faccio la cubista, mi chiamano Principessa» (Bompiani), che raggiunse nel 2007 ben 17 edizioni. A quel libro seguirono poi un saggio sull’adolescenza e due romanzi toccanti:

«L’età indecente» (2009) e «L’imperfezione delle madri» (La nave di Teseo). La sua scrittura era tumultuosa e generosa, esattamente come la sua vita. Il nostro primo incontro, davanti all’ingresso del Messaggero, in via del Tritone, avvenne nel maggio dell’86, e più che un incontro fu uno scontro:

le caddero sul marciapiede dei fogli che aveva in mano, per raccoglierli si chinò senza guardare e, rialzandosi, mi venne addosso. Scoppiò in una risata. Era bella, alta e con grandissimi occhi colore del mare. Risi anch’io senza ancora capire che quell’urto mi stava donando una delle amicizie più lunghe e pure che abbia mai avuto.

Erano i nostri primi giorni di lavoro in quel giornale, e furono anche l’inizio di una vita complice e divertente, per lei, purtroppo, adesso finita. Mi resta il dolore per la perdita e l’affetto che, insieme a centinaia di amici, conserveremo per sempre per suo marito, il chirurgo Carlo Vitelli, e per i sue tre meravigliosi figli, Alessandro, Andrea e Luca. Il giornalismo e la scrittura dovranno fare a meno di un talento grande; io di una sorella.

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