Allarme da Israele: i vaccini stanno funzionando?

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In Israele il governo ha deciso di rinviare a data da destinarsi (era previsto dal 1°agosto), l’ingresso del turismo estero nel paese; mantenendo quindi le restrizioni e non facendo alcuna distinzione tra vaccinati con eventuali “green pass” e non. In effetti a cosa serve il pass se il contagio è presente anche tra i vaccinati?

In Inghilterra sappiamo che è in corso un’esplosione di contagi che stanno superando i 40 mila al giorno; è pur vero che i morti si sono ridotti rispetto alla primavera, ma esiste anche l’effetto stagionalità e gli ospedalizzati in Inghilterra stanno comunque aumentano nel periodo giugno-luglio2021 e rispetto a un anno fa.

Torniamo a Israele, questo è il paese che ha vaccinato per primo in massa (ha iniziato il 20 dicembre 2020) e negli ultimi giorni mostra che il tasso di persone vaccinate infette da Sars-Cov-2 sta superando il tasso di persone non vaccinate (per quasi tutte le classi d’età).

Che cosa sta succedendo? Vediamo alcuni dati recenti.

Tabella 1

I dati rivelano alcune tendenze che coinvolgono l’intera popolazione. Il numero giornaliero di casi di SARS-CoV-2 è in aumento e ha registrato in questi ultimi giorni nuovi significativi incrementi.

I vaccini Moderna e Pfizer (utilizzati in Israele), sono stati autorizzati perché riducevano il contagio di oltre il 95%, non perché avevano mostrato di impedire i decessi. Questo perché nel campione usato per dimostrarne l’efficacia, non si erano inserite persone molto fragili e anziane e quindi anche il gruppo placebo (non vaccinato) usato, non aveva avuto morti. In parole povere, Moderna e Pfizer non hanno dimostrato che nel gruppo senza vaccinazione c’erano stati morti Covid e nel gruppo vaccinato invece no, ma solo che i sintomi prodotti dalla malattia erano stati ridotti di molto.

Ora, dai dati reperibile attraverso il dashboard del governo israeliano, si evidenzia che la maggior parte di coloro che sono vaccinati, secondo i numeri, presenta lo stesso rischio di risultare positivo per l’infezione da SARS-CoV-2 da variante Delta degli gli individui non vaccinati. Ciò significa che il vaccino “sembra” avere un effetto piuttosto modesto.

Per tale motivo, Pfizer si è mossa subito per introdurre una terza dose di richiamo, quando inizialmente prevedevano due dosi, di cui una che serviva essenzialmente come dose di richiamo.

Già dopo queste considerazioni possiamo chiederci:

  • È saggio introdurre la 3a dose di richiamo così presto dopo un ciclo vaccinale?
  • È saggio prendere in considerazione i booster per un vaccino che è ancora considerato sperimentale?
  • Tale necessità si verificherà ogni volta che emergeranno nuove varianti?
  • Demandare completamente alle aziende farmaceutiche tali decisioni, non si rischia che vengano esclusivamente spinte da mere considerazioni economiche?
  • Chi tra il mondo della scienza sta monitorando questa iniziativa di una terza dose  in modo obiettivo e  con un occhio alla salute della popolazione?

Israele, con circa nove milioni di abitanti, è uno dei luoghi più vaccinati del pianeta. Secondo i dati, questo paese ha somministrato 10,9 milioni di dosi, la maggioranza della popolazione ha ricevuto Pfizer a base di mRNA, il tasso di vaccinazione totale è pari al 60% per le 2 dosi (+ 6% per 1 dose) della popolazione totale del paese.  Nella tabella 2 si nota come ad esclusione della fascia 0-19, per > 20 anni la media di cittadini che hanno ricevuto la 2a dose è del 84% (88% la 1° dose).

Tabella 2

Recentemente sul Jerusalem Post, il primo ministro Naftali Bennett ha fatto la seguente ammissione: “Non sappiamo esattamente fino a che punto il vaccino aiuti, ma è significativamente inferiore alle attese”. Il dubbio che il vaccino a base di mRNA possa essere meno efficace contro la variante SARS-CoV-2 Delta di quanto “sperassero i funzionari sanitari” inizia a prendere piede.

La tabella 3 evidenzia il trend dei #positivi.

Si nota come nelle ultime due settimane c’è stato:

  • un incremento del 92%di soggetti positivi che hanno ricevuto la 2a dose;
  • un incremento del 112% di soggetti positivi che hanno ricevuto la 1a dose;
  • un incremento del 53% di soggetti positivi che NON sono stati vaccinati;

Tabella 3

In tabella 4 e 5 si osserva il trend dei positivi per classe d’età e se escludiamo la fascia 0-19 (come vedremo più avanti non produce alcun ricovero/decesso). i picchi di positivi con 2a dose sono evidenti dai 20-80 anni.

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Tabelle 4 e 5

Riprendendo i dati di tabella 1 (posta all’inizio) si osserva che:

  • nella fascia d’età 20-29 anni i nuovi casi di COVID-19 che coinvolgono individui completamente vaccinati, sono stati pari al 79%, con tassi di vaccinazioni per quella fascia del 78%;
  • nella fascia d’età 30-39 anni i nuovi casi di COVID-19, che coinvolgono individui completamente vaccinati, sono stati pari al 80%, con tassi di vaccinazioni per quella fascia del 83%;
  • Nella fascia d’età 40-49 anni i nuovi casi di COVID-19 che coinvolgono individui completamente vaccinati sono stati pari al 84%, con tassi di vaccinazioni per quella fascia del 86%.

Molti si chiederanno: per quanto riguarda ricoveri e i decessi? Ci si aspetterebbe che il tasso di ospedalizzazione sia significativamente più alto per i non vaccinati rispetto ai vaccinati. Invece, secondo i dati qui riportati, il numero totale di ricoveri ospedalieri è superiore nei vaccinati.

Questo può essere dovuto alla particolare “aggressività” del genoma della variante Delta o alla diminuzione dell’immunità dal vaccino? Stiamo, in altri termini, con la vaccinazione di massa coltivando varianti, di cui si infettano anche i vaccinati?

Diversi esperti temono che i vaccini a base di mRNA utilizzati, potrebbero essere un fattore di questa situazione. Al momento si evidenziano differenze minime, ma tutto ciò potrebbe portare a un peggioramento dei numeri nella prossima stagione? Difficile fare oggi previsioni.

Il grafico in tabella 6 evidenzia il #pazienti gravi ricoverati; il trend è ascendente.

Tabella 6

Tabelle 7 e 8 evidenziano le ospedalizzazioni; chi ha ricevuto la 1a e la 2a dose del vaccino supera in quasi tutte le settimane del periodo, in termini di ricoveri chi non è stato vaccinato. Le classi di età evidenziate dal fenomeno sono per > 40 anni, con dei picchi di ricoveri per pazienti >70 anni.

Tabelle 7 e 8

Tabelle 9 e 10 evidenziano i #decessi relativamente contenuti, ma con la fascia 60-90 alla 2a dose di vaccinazione interessata dal numero di gran lunga maggiore.

Tabelle 9 e 10

In un recente studio pubblicato sul Journal of Clinical Microbiology and Infection, i ricercatori individuano un numero crescente di casi gravi di SARS-CoV-2, inclusa la morte, e si tratta di  individui completamente vaccinati. La squadra di studio si è organizzata per comprendere meglio la natura e le tendenze associate a coloro che sono vaccinati e ricoverati in ospedale a causa della re-infezione da SARS-CoV-2.

Nello studio (la cui lettura completa demandiamo al link postato), la conclusione è che persone ad altro tasso di comorbidità sembrerebbero non risultare adeguatamente protette dal vaccino E anzi il vaccino potrebbe comportare reazioni avverse proprio in organismi debilitati che potrebbero essere fatali. Per tale motivo il gruppo di studio aggiunge che bisogna con attenzione monitorare la situazione nelle prossime settimane e in particolare con riferimento ai soggetti fragili vaccinati. In breve, al momento non ci sono dati sufficienti per affermare che i vaccini siano un successo travolgente come sbandierato dai media.

Inoltre, va osservato che Israele ha sperimentato un alto tasso di infezione prima del lancio di massa del vaccino. Quindi è possibile che una percentuale considerevole della popolazione non vaccinata sia protetta dall’immunità naturale. Pertanto, molti dei pazienti guariti da COVID-19 potrebbero non avere il bisogno del vaccino poiché hanno già una protezione naturale.

Se questo fosse confermato, si potrebbe giungere alla conclusione che l’immunità naturale e quella derivata dal vaccino forniscono livelli di protezione simili, e si dovrebbe cercare di far “cooperare” loro le due diverse immunità.

In conclusione, se la vaccinazione nei soggetti al di sopra dei 65 anni di età in discrete condizioni idi salute può avere senso, al contrario per milioni di adulti sani che non si trovano in quelle fasce d’età somministrare un farmaco considerato sperimentale comporta più rischi che benefici. E non è affatto detto che sia un bene comunque vaccinarsi pensando altruisticamente in questo modo  di non danneggiare  gli altri, perché la vaccinazione  di massa non  fa che aumentare le varianti  e anche i vaccinati possono riammalarsi ed esser a loro volta contagiosi.

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