Così il Papa vuole cambiare per sempre la Chiesa italiana

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Il Papa vuole che la Chiesa cattolica italiana cambi qualcosa, forse più di qualcosa, della sua impostazione. Non si spiega altrimenti la richiesta di Sinodo che il pontefice argentino ha inoltrato qualche settimana fa. I vescovi dovranno organizzarsi in fretta. C’è attesa per quel che riguarda i temi: quali saranno i focus posti durante l’appuntamento sinodale? E quando si terrà questo Sinodo nazionale? Siamo ancora in piena pandemia.

E quindi è lecito attendersi che ci voglia del tempo. Così come viene spontaneo porgersi alcune domande. Ma è quantomeno curioso che Bergoglio, nonostante il tempo pandemico, abbia premuto sull’acceleratore. Significa che il Santo Padre sente davvero l’urgenza di un “cammino” nazionale per l’episcopato del Belpaese.

Fabrizio Mastrofini lo ha chiamato “fantasma” su IlRiformista. Forse perché questo Sinodo è ventilato, ma non si vede. Intanto c’è una sensazione: a spingere per la sua realizzazione sembra più che altro la sinistra ecclesiastica. Non c’è ragione (o sì?) di fare un paragone con il “Concilio interno” della Chiesa tedesca – quello che per i tradizionalisti potrebbe addirittura comportare uno scisma – , ma è chiaro che non sono i conservatori a volere che i vescovi si riuniscano per decidere sul lungo termine l’atteggiamento, lo stile e l’organizzazione delle parrocchie in prospettiva. In Germania stanno immaginando di laicizzare buona parte della organizzazione clericale: non è un paradosso. Le vocazioni scarseggiano e qualcuno dovrà occuparsi di sanare qualche vuoto. In Italia i progressisti che risiedono nella Chiesa o che gli girano attorno non sono forti come quelli tedeschi, ma anche dalle nostre parti può essere registrata una crisi vocazionale senza eguali nella storia recente. E allora la ricetta dei teutonici può diventare sovrapponibile.

La base di partenza

Qualche indizio sull’ordine dei lavori c’è. La suggestione del Sinodo proviene da La Civiltà Cattolica, rivista diretta da padre Antonio Spadaro, che è considerato lo “spin doctor” di papa Francesco. Sono stati i gesuiti, attraverso la firma di padre Bartolomeo Sorge, che è poi deceduto, a sbandierare a mezzo stampa la necessità di un Sinodo nazionale. Le parole d’ordine, anche per via del richiamo al Convegno di Firenze, sembrano essere due “evangelizzazione” e “missione”. In termini indiretti, può voler dire che gli ambienti vicini al pontefice argentino percepiscono la Chiesa italiana come stantia, sempre uguale a se stessa e troppo legata alle sagrestie, nel senso dell’interno delle proprie mura. Il Papa, è noto, è per la “Chiesa in uscita”, dunque mai autoreferenziale.

Il cattolicesimo è costretto ad affrontare una serie di problemi che stanno diventando endemici: la secolarizzazione d’Europa che coinvolge anche quella che San Giovanni Paolo II chiamava “eccezione”, ossia l’Italia; l’incapacità, per ora abbastaza manifesta, di coinvolgere le nuove generazioni occidentali, che sembrano sempre più distaccate dalla dottrina cristiano-cattolica e dalle confessioni religiose in generale, al netto dell’emergere di fenomeni identitari di tradizionalismo religioso, che invece proliferano; la scarsità statistica delle vocazioni; i numeri dell’8 per mille che rispecchiano forse l’effetto di tutte queste concause messe assieme. Esistono – com’è noto – due soluzioni indagate culturalmente: il ritorno alla fedeltà cieca alla dottrina tradizionalista o l’apertura alla contemporaneità con il cosiddetto “abbraccio al mondo”. Quest’ultima strada è quella preferita dall’episcopato tedesco, mentre altri ambienti clericali (quello polacco o parte di quello americano) sembrano preferire il primo pensiero. Magari il Papa, che è il vescovo di Roma, vorrebbe che attraverso il Sinodo italiano venisse consegnato un messaggio a tutti gli episcopati del mondo. Bergoglio potrebbe essere in cerca di una sintesi rappresentativa del suo pontificato.

La complessa strada verso il Sinodo

Dal convegno di Firenze citato da padre Bartolomeo Sorge in poi non si è mossa foglia. La Conferenza episcopale italiana è apparsa sorda o quasi. Più banalmente, è possibile che l’episcopato italiano sia stato impegnato con la pandemia, un po’ come tutte le istituzioni. Di sicuro Jorge Mario Bergoglio ha voluto spronare i vescovi della Cei attraverso un discorso in cui ha anche chiarito la necessità di una discussione attorno al Concilio che rispetti i paletti che lo stesso Vaticano II ha individuato. Chi non rispetta il Concilio è fuori: il Papa lo ha fatto presente. Ma perché Francesco vorrebbe che la Chiesa italiana si mettesse “in cammino”? Lo abbiamo chiesto al vaticanista Giuseppe Rusconi, animatore del blog rossoporpora.org. Il giornalista di Bellinzona ha anzitutto chiarito le radici della volontà papale: “È per la prima volta al Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 che il Papa ha espresso l’auspicio di una ‘Chiesa italiana inquieta e dunque impegnata a ogni livello a concretizzare soprattutto le opzioni preferenziali per gli ‘imperfetti’ . Evidentemente l’auspicio in questi anni non si è tradotto nei fatti. E Bergoglio nell’ udienza del 30 gennaio 2021 l’ha evidenziato con forza: la Chiesa deve “incominciare a camminare” . Non c’è più tempo, insomma.

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Rusconi intravede però un rischio: il fatto che la spinta propulsiva tedesca finisca con il coinvolgere anche l’episcopato del Belpaese. La situazione in Germania è tale da spingere i conservatori a parlare di pericolo scismatico. E uno scisma, per la Chiesa cattolica, non costituisce mai una buona notizia. Ma davvero dobbiamo aspettarci che i vescovi italiani si mettano a discutere del rinnovamento del rapporto tra dottrina e bioetica in chiave progressista? Oppure della laicizzazione dei sacramenti? Rusconi non ha troppi dubbi: “Il ‘movimento ‘ connaturale a Bergoglio, legato misticamente ai grandi spazi delle ‘pampas’ argentine, è naturalmente bramato dalle frange ‘cattofluide’ che aspirano a portare la Chiesa italiana nei disordinati pascoli tedeschi, dove è già in corso un Sinodo caratterizzato dalle rivendicazioni femministe, ambientaliste, arcobaleno, molto antiromano come da tradizione storica. Ora non è detto che automaticamente tutto questo passi in un Sinodo italiano, ma certo il tentativo ci sarebbe e sarebbe da considerare con seria preoccupazione in tempi secolarizzati come i nostri”. I vescovi della Cei potrebbero quindi decidere di sposare l’agenda tedesca o quasi. Ma non è detto. Qualcuno, però, tenterà di far sì che la via tedesca faccia capolino.

Cosa vuole cambiare il Papa della Chiesa

La richiesta di Sinodo può nascondere una certezza insofferenza: possono esistere aspetti che non soddisfano le aspettative del successore di Pietro: lo abbiamo premesso. Sì, ma quali? Francesco in questi sette anni e più ha spiazzato tutti, preferendo per le nomine cardinalizie diocesi periferiche a quelle centrali. Si è rotta una tradizione, ma si è aperto un solco avveniristico. Come se non bastasse essere il patriarca di Venezia o l’arcivescovo di Milano per poter ambire alla porpora. Rusconi ha un’idea precisa di quello che Bergoglio non digerisce: “Uno degli aggettivi più detestati da Bergoglio è “immobile”. Per lui la Chiesa italiana nel suo corpo profondo è tale. Si trascina stancamente in un’epoca molto difficile, già incominciata prima del coronavirus; non è dunque in grado per Bergoglio di invertire la rotta senza un colpo d’ala come sarebbe un Sinodo. Il punto è che un Sinodo realisticamente potrebbe addirittura aggravare la situazione della Chiesa italiana, considerate le contrapposizioni che si verrebbero a creare”. Non tutti, quindi, pensano che un appuntamento sinodale sia davvero utile alla svolta. Per paradosso, un Sinodo potrebbe accelerare quel processo di allontanamento dalla Chiesa, dunque dalla fede, che coinvolge già molti italiani.

E il tema delle porpore mancate? Come può essere giustificato. Bergoglio ha scientemente evitato di creare cardinali personalità provenienti da diocesi che, in sostanza per tradizione, sarebbero dovuti divenire tali? Anche qui viene in nostro ausilio il vaticanista originario di Bellinzona: “Nella geopolitica papale – afferma Rusconi – prevalgono quelle considerate come periferie. Anche l’Occidente vecchio e stanco, oltre a sedi storiche (che a Bergoglio interessano poco o niente) ha diocesi che per svariati motivi (migranti, terremoto, amicizie personali derivate da un comune impegno verso i poveri) vanno ‘premiate’ con la porpora: vedi Agrigento, L’Aquila, Ancona, Siena, la ‘diocesi’ francescana con padre Gambetti. È lì che il bergoglismo si incarna nel modo più conforme all’originale”. La Chiesa in uscita non concede troppo favour ai contesi apicali, ma preferisce incontrare il mondo a partire dalle periferie. Per questo, il patriarca di Venezia ed altri alti ecclesiastici non sono ancora stati creati cardinali da Francesco, secondo Rusconi.

Gli schieramenti in campo

Al netto di tutti i ragionamenti fatti, possiamo immaginare che durante il Sinodo italiano si confronteranno, più al di fuori che all’interno, due schieramenti contrapposti: uno, che è già entusiasta dell’opportunità e che cercherà, per mezzo delle spinte di alcuni degli esponenti del campo progressista, di importare l’agenda tedesca, e un altro, che magari snobberà il Sinodo in quanto sostanzialmente ritenuto inutile. E il secondo fronte dovrebbe essere composto tuttavia da quei tradizionalisti cui il Papa si è rivolto, quando ha tagliato fuori coloro che non accettano i confini stabiliti dal Concilio Vaticano II, che non è interpretabile alla bisogna. Ci sarà, con buona eventualità, un forte dibattito esterno che accompagnerà i lavori dei vescovi. Capiamoci: di tradizionalisti, negli episcopati, ce ne sono pochi. Il Papa ha costruito la Chiesa cattolica a sua immagine, come ogni pontefice ha operato nel corso della storia. E quindi le volontà di Bergoglio, alla fine, troveranno facile riscontro. Anche questo è da considerarsi normale. La dialettica sarà soprattutto esterna.

Per ora è davvero presto per tirare le somme. C’è da capire prima quali saranno le questioni che verranno sottoposte all’attenzione del documento finale, che immaginiamo seguirà il termine dei lavori. L’unica notizia certa è questa: il Papa vuole che in Italia la Chiesa cammini. E, aggiungiamo noi, si può pensare che il pontefice voglia ammodernare la prassi organizzativa, quella ecclesiastica e le logiche acquisite, puntando forte sugli spazi destinati ai laici, sulla prossimità alle zone meno fortunate della nostra nazione e così via. Ma tutto questo può passare anche per mezzo di sostanziali svolte che non sarebbero digerite a destra. E lo scontro, anche se non radicale come quello tedesco, può essere dietro l’angolo.

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