Twitter silenzia per sempre Trump: “Account sospeso definitivamente, incita alla violenza”

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Twitter sospende definitivamente l’account del presidente degli Stati Uniti uscente Donald Trump «a causa del rischio di ulteriore incitamento alla violenza». Il colosso social guidato da Jack Dorsey chiude con questa clamorosa, storica decisione la querelle con il tycoon che si è protratta lungo tutto il 2020.

La nota con cui Twitter banna Trump

Twitter ha bannato per sempre l’account di Trump, 88 milioni di follower, diffondendo questa nota: «Dopo un’attenta analisi dei recenti tweet dell’account “RealDonaldTrump” e del contesto in cui operava abbiamo sospeso in via definitiva l’account a causa del rischio di ulteriore incitamento alla violenza». I gestori di Twitter ricordano che «le persone in posizioni di potere non possono considerarsi al di sopra delle regole» e non possono usare questo Social «per incitare alla violenza».

I tweet incriminati

Twitter prosegue analizzando gli ultimi due tweet postati dal presidente Usa, all’origine della decisione di silenziare per sempre il tycoon: «I 75 milioni di Patrioti americani che hanno votato per me… avranno una voce da gigante nel futuro. Nessuno mancherà loro di rispetto, né saranno trattati ingiustamente in alcun modo, misura o forma», e «Per tutti coloro che me lo hanno chiesto: non andrò all’Inaugurazione del 20 gennaio».

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Le motivazioni del ban

Secondo i gestori della piattaforma, le dichiarazioni del Presidente vanno interpretate come «un incitamento a commettere atti violenti» vista la situazione di forte tensione sociale e politica degli ultimi giorni, dopo l’occupazione di Capitol Hill. I due tweet, sempre secondo Twitter, violerebbero le regole contro «la Glorificazione della violenza», fissate dal sito

Secondo Twitter Trump incita alla violenza

Inoltre, annunciando la sua assenza all’«Inaugurazione» della presidenza di Joe Biden, Trump avrebbe dato ai suoi follower «un’ulteriore conferma» che a suo parere «le elezioni non sono state legittime». Inoltre il tweet è in contraddizione con la nota diffusa dal suo vice capo dello staff, Dan Scavino: «Ci sarà un’ordinata transizione di poteri il 20 gennaio». Il social di Jack Dorsey insiste sostenendo che «L’annuncio che il presidente non parteciperà può servire da incoraggiamento per coloro che stanno considerando la possibilità di commettere azioni violente a Capitol Hill».

Non solo: «Le parole “American Patriots” usate per descrivere alcuni dei suoi sostenitori è interpretata come un sostegno per coloro che hanno commesso atti violenti». L’operazione di censura si conclude così: «I piani per future proteste armate stanno già proliferando dentro e fuori Twitter, compreso un secondo attacco al Congresso e ad altri edifici pubblici per il 17 gennaio 2021 (una domenica ndr)».

“Prima bannarono Trump…”

Una cosa è certa: se già le piattaforme private nel 2017 avevano ammesso, come riportato dal Guardian nel febbraio di quello stesso anno, di essere divenute spazi di comunicazione sempre più simili a governi, è evidente che la censura di un politico o addirittura di un Presidente assume dei contorni decisamente inquietanti. Volendo parafrasare la famosa frase tanto cara ai progressisti, «prima bannarono Trump e fui contento perché non ero populista»: il punto però è che quando questi meccanismi si mettono in moto, nessuno può davvero dirsi al sicuro.

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