Pescatori italiani ostaggio di Haftar, l’armatore: “Non fategli fare la fine dei marò”

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La natura del compromesso che si cela dietro al rilascio dei diciotto pescatori imprigionati a Bengasi non è chiara neppure a Marco Marrone, armatore di una delle due imbarcazioni di Mazzara del Vallo finite nel mirino delle motovedette libiche.

Medinea e Atlantide sono state intercettate lo scorso primo settembre a 38 miglia dalla Cirenaica, roccaforte del generale Khalifa Haftar, il nemico giurato del governo tripolino di Fayez al Sarraj.

Non è la prima volta che uomini e mezzi della marineria mazarese vengono sequestrati dalle autorità libiche. Ma stavolta c’è qualcosa di diverso. Qualcosa di appena intuibile. Troppi punti oscuri, troppe anomalie. E la sensazione che il governo italiano abbia le mani legate e sulla pelle di quei diciotto disgraziati si stia giocando una partita che va ben al di là di questioni di confine.

Marco Marrone, trentasette giorni dall’inizio di questa odissea, come va?

“E come deve andare? È chiaro che nessuno di noi sta bene…”

Nessuna novità sui suoi dipendenti?

“Non li chiami così, loro sono una seconda famiglia: il comandante Piero Marrone, che per coincidenza porta anche il mio stesso cognome, è imbarcato con me da più di dieci anni. Per tutti loro provo un rispetto immenso, è gente che si spezza le ossa pur di guadagnare mezzo tozzo di pane.”

Dove si trovano adesso?

“Dietro alle sbarre del carcere di El Kuefia, vicino a Bengasi, dicono che non sono reclusi assieme ai detenuti comuni… ma immagino non sia un soggiorno particolarmente confortevole…”

Li accusano di essere entrati in acque libiche. Cosa c’è di vero?

“I natanti si trovavano a 38 miglia dalle coste libiche, per tutto il mondo quelle sono ancora acque internazionali…”

Tranne che per i pattugliatori di Haftar…

“La Libia ha deciso unilateralmente di spostare le proprie acque fino a 74 miglia e noi siamo costretti a subire: si stanno prendendo tutto il Mediterraneo.”

E della sua Medinea?

“È ormeggiata al porto di Bengasi (sospira, ndr). Quella barca è tutta la mia vita, il suo valore è inestimabile. L’ho ereditata da mio padre che è venuto a mancare otto anni fa, pensare che adesso è abbandonata laggiù mi addolora moltissimo. Senza contare che è la mia unica barca di proprietà, rischio il fallimento…”

Lei non è il primo armatore a trovarsi alle prese con una vicenda del genere…

“No, ma questo sequestro è decisamente anomalo…”

Cosa intende?

“I precedenti sequestri sono durati al massimo dieci giorni, per trovare un sequestro più lungo di questo bisogna tornare al 1996, all’epoca equipaggio e natante vennero rilasciati dopo cinquantasei giorni. E poi c’è un altro particolare che non è di poco conto: solitamente i marittimi vengono tenuti a bordo in stato di fermo e non sbattuti in gattabuia…”

Come spiega queste anomalie?

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“Guardi, io non sono un esperto di geopolitica né di diplomazia internazionale, però non ho potuto fare a meno di notare alcune coincidenze…”

Ovvero?

“Il giorno precedente al fattaccio, Di Maio era a Tripoli per incontrare il premier libico Fayez al Sarraj… non so cosa si siano detti ma la visita potrebbe aver indispettito il generale Haftar…”

Una settimana fa è stato ricevuto dal premier Conte e dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ha trovato le risposte che cerca?

“Dalla chiacchierata sono uscito con sensazioni positive, soprattutto grazie al carisma di Conte, sembrava stessi parlando con mio padre: mi ha guardato negli occhi e chiesto di fidarmi lui. Ha detto che le trattative sono particolari e difficili ma che la diplomazia italiana sta lavorando ad altissimi livelli…”

Si è rincuorato?

“Sul momento sì, ma adesso sono passati altri sette giorni e non c’è nessuna novità. Oggi mi chiedo: se non si stesse lavorando a livelli altissimi a che punto saremmo?”

Cosa si aspettava?

“Beh, perlomeno di riuscire a mettermi in contatto con i miei uomini per sapere se stanno bene, mi sarei accontentato di una telefonata. Abbiamo anche chiesto che venisse preteso il loro trasferimento a bordo della Medinea e dell’Atlantide, ma anche su questo non ci sono novità…”

Venti giorni fa però il suo capitano è riuscito a mettersi in contatto con lei…

“Sì ed è stata una chiamata parecchio strana. È arrivata da un numero libico sul cellulare di sua madre Rosetta, che in quel momento era con me. Ci ha detto che stava bene ma che aveva bisogno di aiuto e che ci saremmo dovuti mobilitare per il loro rilascio, cosa che poi abbiamo fatto incatenandoci davanti a Montecitorio.”

Come le è sembrato?

“Nonostante le rassicurazioni, l’ho sentito provato… ci ha anche confidato che le autorità della Cirenaica li volevano incastrare per spaccio internazionale.”

E poi?

Ha riagganciato…”

Ha riprovato a chiamare quel numero?

“No, Piero mi ha chiesto di non farlo perché era una telefonata fatta di straforo grazie all’aiuto di una persona, ma non ci ha voluto rivelare chi fosse…”

Che idea si è fatto?

“Non so, ho il sospetto che più che un messaggio alla famiglia sia stato un messaggio a Roma…”

Una avvertimento?

“Non ho idea di cosa ci sia sotto, ma stando a quello che è trapelato in queste settimane la contropartita del loro rilascio sarebbe la liberazione di quattro scafisti libici che in Italia devono scontare trent’anni di carcere per aver causato la morte di quarantanove migranti. Una prospettiva inaccettabile per le nostre autorità…”

Potrebbe essere stato un modo per metterle alle strette?

“È quello che mi chiedo anche io…”

Cosa la spaventa di più?

“Il tempo che passa, ho il terrore che questo possa diventare un nuovo caso marò.” La chiamata del comandante di Medinea alla madre: “Fateci uscire da qui”Pubblica sul tuo sito

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