Il fallimento dell’Italia in Libia

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“Ogni giorno che passa è peggio, siamo disperate e nessuno ci dice niente di chiaro”: sono queste le parole che riecheggiano sempre più, giorno dopo giorno, nella mente dei familiari dei marittimi trattenuti a Bengasi da oramai più di un mese. Parole che, non a caso, sono state pronunciate dalla moglie di Bernaldo Salvo, uno degli italiani ancora in Cirenaica dopo il sequestro da parte delle motovedette del generale Haftar. Ansie e angosce personali in grado di riassumere lo stato d’animo dell’intera marineria di Mazara del Vallo, cittadina da cui sono partiti i pescherecci caduti poi in mani libiche. Ansie in grado di riassumere, non più stavolta a livello personale ma sotto il profilo politico, la situazione di un’Italia sempre più ventre molle del Mare nostrum. 

Uno stallo troppo lungo

Non è certo la prima volta per Mazara del Vallo, già in altre occasioni la marineria locale si è ritrovata difronte a casi di pescherecci accusati di pesca di frodo o di ingresso illegittimo in acque libiche. Un discorso valevole per la cittadina trapanese ma estendibile ad altre marinerie siciliane. C’è però adesso una gravosa differenza: gli equipaggi è da troppo tempo che sono in Libia. In altri simili episodi le vicende si erano risolte nel giro di poco tempo, al massimo qualche giorno. Su IlTempo è stato ricordato il caso di circa dieci anni fa, quando a Roma a Palazzo Chigi sedeva Silvio Berlusconi e a Tripoli Muammar Gheddafi governava la Libia dalla sua tenda beduina piazzata a Bab Al Aziziya. In quell’occasione erano tre i pescherecci libici sequestrati dalle motovedette del colonnello, nel giro di pochi giorni tutti i marinai sono potuti tornare a casa e, contestualmente, l’esecutivo di Berlusconi si era attivato anche per la risoluzione dell’imprenditore svizzero Max Goeldi, detenuto in Libia con l’accusa di violazione delle leggi sull’immigrazione.

In anni più recenti, nonostante il caos in cui è caduto il Paese nordafricano i pescherecci italiani sequestrati sono potuti comunque tornare in Sicilia nel giro di poco tempo. Per questo le angosce sono sia di natura personale e umana che politiche: le famiglie dei protagonisti sanno che le settimane passate sono oramai troppe, sotto il profilo diplomatico questa lunga attesa per l’Italia è un grave smacco.

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Il fallimento di Roma

Il nostro Paese in Libia si gioca buona parte della sua strategia in Africa e a livello internazionale. Non solo il passato coloniale, ma anche un presente fatto di interessi energetici e di varia natura economica legano le due parti del Mediterraneo. Il fatto che l’Italia non riesca a dirimere la questione appare molto grave. E ora, in ambito politico e diplomatico, partono le critiche al governo di Giuseppe Conte. Quest’ultimo ha cercato di fare della Libia una delle proprie bandiere politiche, come già dimostrato del resto in occasione dell’organizzazione del vertice di Palermo, voluto fortemente dal presidente del consiglio. I due governi da lui guidati hanno rivendicato, in particolare, l’equidistanza italiana rispetto ai principali attori impegnati nell’intricato dossier libico. Roma, pur sostenendo l’esecutivo stanziato a Tripoli e guidato da Fayez Al Sarraj, ha sempre dialogato anche con il generale Haftar, che controlla l’est del Paese.

Oggi però il governo non riesce a risolvere la questione. Nonostante il dialogo con entrambi i principali fronti libici, i marinai da più di un mese aspettano di tornare a casa. Ufficialmente sono in stato di fermo in attesa del processo dove dovrebbero essere imputati per ingresso non autorizzato in acque libiche (anche se quello specchio di mare non è internazionalmente riconosciuto come libico). Nella realtà Haftar li tiene come pedine di scambio sia politico, come dimostra la richiesta di liberare 4 ragazzi libici detenuti in Italia, sia diplomatico. Un fallimento quindi su tutti i fronti per il nostro Paese, che potrebbe costare caro.

I rischi

Il vero pericolo adesso, a prescindere da come si risolverà la faccenda, proviene dal fatto di considerare questo episodio come un precedente. Un Paese come l’Italia che non riesce a dirimere le controversie legate ai propri pescatori non può che dare, in Libia e nel resto del Mediterraneo, un forte segnale di debolezza. L’idea che Roma sia il ventre molle del fu Mare nostrum potrebbe portare a conseguenze deleterie: i nostri interessi economici, politici e diplomatici nell’area potrebbero essere ridimensionati. E tutti, da questo momento in poi, sapranno che attaccare l’Italia è più facile che creare grattacapi ad altri Paesi.

il giornale.it

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