Sperperi, trucchi e clientele: Giuseppi ha permesso di tutto

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Alla buon’ora. Anche il premier Giuseppe Conte si è accorto che il reddito di cittadinanza, così com’è, non funziona. Ma l’annuncio che arriva dopo 18 mesi, a pochi giorni dalla scadenza del beneficio per i primi 410mila nuclei familiari che l’hanno richiesto un anno e mezzo fa, suona tardivo.

Perché fin dall’inizio abusi e distorsioni sono apparsi evidenti, con decine di casi finiti sui giornali, tra assegni erogati a criminali ed ex terroristi, redditi concessi a chi continuava tranquillamente a lavorare e fallimento del «patto» per cui il sussidio avrebbe dovuto fungere da volano, complici i navigator, per spingere più forte sul pedale dell’occupazione. Già, perché non sono solo gli abusi della misura a sollevare dubbi, ma lo stesso funzionamento del sistema che in quest’anno e mezzo ha mostrato tutti i suoi limiti. Così più che altro colpisce che finora il presidente del Consiglio non si sia accorto di niente, lasciando che il reddito di cittadinanza finisse il suo primo «ciclo di vita» così com’è, tra malfunzionamenti e «furbetti del sussidio» a giorni alterni sui giornali.

In 18 mesi si sono visti detenuti percepire il reddito pur essendo dietro le sbarre (l’ultimo caso pochi giorni fa, con 15 detenuti foggiani che incassavano l’assegno, e tre di loro avevano chiesto il beneficio mentre erano già in galera), ex terroristi come Federica Saraceni ottenere il beneficio anche se condannata per omicidio ma 12 anni prima della richiesta (che prevede assenza di condanne nel decennio precedente), contrabbandieri e pusher «arrotondare» le entrate con l’aiuto dello Stato, e poi casi limite come i quattro ragazzi arrestati per l’assassinio di Willy a Colleferro che avrebbero incassato indebitamente 33mila euro con l’Rdc. E poi c’è il grande esercito di chi, mentre da un lato incassa l’assegno, dall’altro lavora quasi sempre in nero per «integrare» il reddito aggirando le regole. Soprattutto al Sud tanti imprenditori lamentano questo fenomeno, arrivando a ipotizzare che proprio la misura di sussidio finisca per incentivare lo sbocco sul mercato del lavoro irregolare, alimentando l’economia sommersa.

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Quello che invece non viene incentivato quanto promesso, come si diceva, è il mercato del lavoro regolare. Su poco più di 1,2 milioni di beneficiari «abili e arruolati», e dunque pronti a lavorare, il sistema dei navigator ha trovato un posto di lavoro solo a 200mila persone, meno di un sesto del potenziale. D’altra parte, 3 su dieci nemmeno si presentano ai colloqui, e il 14% di chi ha risposto alle offerte «obbligatorie» ha finito per vedersi riconosciuta una delle condizioni di esonero, per esempio perché tenuti a prendersi cura di minori di 3 anni o disabili. Tanto i controlli non sono semplici, e difficilmente il rifiuto porta a una revoca della misura. A dire addio all’assegno, finora, sono state poco più di 8000 persone su un milione e 300mila beneficiari.

Eppure qualche dubbio su chi compone la platea di chi incassa il sussidio è lecito, come dimostra la risposta arrivata dal direttore centrale dell’Inps Checchi al battibecco tra l’ex presidente Boeri che aveva detto che la metà dei percettori potevano essere evasori, secondo fonti Inps – e il suo successore Tridico, che aveva bollato l’uscita come «chiacchiera da bar». Checchi, invece, quella chiacchiera l’ha in un certo senso certificata, confermando che secondo una simulazione fatta in un seminario Inps, metà dei percettori incasserebbe l’assegno pur «non risultando nella platea dei poveri relativi elaborata seguendo i criteri» dell’Ocse. Ma tanto, aveva concluso Checchi, «non è possibile fare nessuna deduzione scientificamente affidabile circa l’inclusione di possibili evasori nella platea». Il sussidio, insomma, fa acqua da tempo, anche se Conte si decide solo ora ad aprire l’ombrello.

il giornale.it

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