Armi, infrastrutture, investimenti: così la Turchia punta all’egemonia nel Mediterraneo

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 Negli ultimi mesi la Turchia di Erdogan è tornata alla ribalta della scena geopolitica mediterranea, che già l’ha vista protagonista indiscussa da inizio anno e che solo la pandemia ha potuto mettere in ombra sulle varie testate italiane ed europee. Al momento gli ultimi avvenimenti sono riportati minuziosamente e celermente da tutti i media, ma la domanda che bisognerebbe porsi è: quali passi ha effettuato Erdogan per far risorgere una nazione dalle ceneri in cui si trovava addirittura dal primo dopoguerra e dalla dissoluzione dell’impero Ottomano?

Sempre più spese per la difesa

Il “nuovo sultano” ha iniziato nella scorso decennio un continuo ampliamento del budget dedicato alla difesa e agli asset militari, arrivando a spendere una cifra di ben 20,4 miliardi di dollari nel 2019. Oltretutto Erdogan, dall’inizio del suo governo (2003) ha avviato una serie di progetti volti a far arrivare nel 2023, centenario della nascita della repubblica, il Paese ad una totale indipendenza nell’industria bellica (al momento è al 70%), oltre ad un miglioramento generale dell’apparato militare turco. Il numero di programmi avviato è di ben 700.

Nello specifico, per quanto riguarda la marina, uno dei progetti più importanti di rafforzamento (MILGEM) fu pensato nel 2000, ma iniziato soltanto nel 2005, grazie all’appoggio dell’allora primo ministro Erdogan. Il MILGEM ha sviluppato in questi anni le seguenti tipologie di navi: corvette classe ADA, corvette ELINT, fregate classe Istanbul, cacciatorpedinieri classe  TF2000 e la nave d’assalto anfibia, o più genericamente portaerei dal momento che le funzione sono molto simili, Anadolu, che una volta in attività renderà la Turchia la quarta nazione mediterranea, insieme a Francia, Spagna e Italia, a possedere una portaerei; non sarà l’unica per la Turchia, con Erdogan che ha annunciato il 26 agosto, alla cerimonia della Desan Shipyard, di volerne costruire ben altre due. Ad ogni modo, oltre alla costruzione di nuove tipologie di navi, Erdogan si è anche dedicato ad aggiornare le tipologie precedenti. Il progetto per il miglioramento della flotta è inoltre di fondamentale importanza per la riuscita del progetto, o dottrina che dir si voglia, “Patria Blu” (in turco Mavi Vatan), che ha l’obbiettivo di aumentare l’area di influenza della Turchia nel Mediterraneo orientale, a scapito di Cipro e Grecia. Dal sopracitato progetto prende il nome anche l’esercitazione militare svolta nel 2019 dalla Turchia, nella quale hanno preso parte oltre un centinaio di navi e più di 20mila uomini, la più grande nella sua storia.

Per quanto riguarda invece le altre tipologie di nuovi armamenti che entraranno in funzione quest’anno bisogna menzionare lo sviluppo di una seconda tipologia del drone “pesante” Akinci, la miglioria dell’elicottero T129, la creazione del missile antinave a lungo raggio ATMACA e del missile terra-aria Hisar, il Kirpi 2, veicolo di tipologia MRAP (mine-resistant ambush protected). Entreranno in funzione nel 2020 l’howitzer 105mm chiamato Boran, progettato nel 2018, il missile BOZGODAN, pensato nel 2017 per sostituire il missile AIM-120 AMRAAN prodotto in America, il carrarmato di quarta generazione Altay. Per il 2023 sarà invece pronto il caccia stealth di quinta generazione TF-X, per sostituire gli F-35.

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La lunga rincorsa della Turchia

Sarebbe errato limitare l’analisi della rinascita Turca alla sola sfera militare. La Turchia ha infatti stilato una lista di obiettivi nel programma “Vision 2023”. I sopracitati obiettivi non saranno quasi sicuramente raggiunti, ma l’intenzione è di voler “camminare almeno sulle stelle dopo aver puntato al sole”, come veniva riportato in una locandina di presentazione. Ad esempio, volendo portare il Pil a due trilioni, l’export a 500 miliardi, la nazione nelle 10 economie più grandi al mondo e la quinta destinazione turistica, si è arrivati ad un Pil di 700 miliardi, l’export a 168 miliardi, Turchia 18esima economia mondiale e sesta meta turistica.

Le ambizioni turche non hanno scordato il settore energetico: l’obiettivo è di arrivare 109.474 megawatt di capacità con il 38,8 % da energie rinnovabili, cosa da non sottovalutare per un Paese in via di sviluppo, si prenda ad esempio l’India. Per far questo verranno riabilitate le centrali Afşin-B (termoelettrica) Keban, Karakaya and Hirfanlı (idroelettrica), e verranno pensati nuovi progetti dalla YEKA, apposita commissione.
Inoltre la Turchia ha iniziato il piano per la costruzione della sua prima centrale nucleare, la Akkayu, a cui ne seguiranno altre due. Per quanto riguarda il gas Erdogan è al lavoro per aumentarne le riserve: tramite i progetti del lago Tuz e del nord della Marmara la capacità di riserva sarà di 10 miliardi di metri cubi. Sempre riguardo al gas nei prossimi anni entrerà nel vivo la progettazione del Baku-Tbilisi-Erzurum, più semplicemente detto “Corridoio meridionale del gas”, che avrà lo scopo di portare gas dall’Azerbaijan alla penisola anatolica e all’europa.

Un occhio di riguardo Erdogan lo ha avuto anche per le infrastrutture dei trasporti stradali, in particolar modo per le ferrovie. Dal 2003 la Turchia ha aumentato del 155% la rete ferroviaria con segnaletica e punta ad arrivare al 77% di ferrovie eletrrificate, ottenute migliorando la precedente struttura.

Oltre all’impegno per aggiornare il Paese, Erdogan si è trovato a fare i conti con una reputazione negativa. Per migliorarla è iniziata una collaborazione con Netflix, che ha iniziato a produrre film e serie originali turche, di cui il fiore all’occhiello è The Protector, serie fantasy che fa leva sulla storia e le bellezze culturali ottomane e nella quale si assiste ad uno scontro fra protettori di Istanbul e “cattivi immortali bizantini”, quindi cristiani, versione poi infatti cambiata non appena la serie si è rivelata un successo internazionale, tanto per dare quell’idea di propaganda tipica di piattaforme streaming che pubblicizzano velatamente, ma neanche troppo, la pedofilia.

L’Europa assente

Al momento l’intera Europa è sgomenta davanti alle azioni della Turchia, che sta raccogliendo i frutti della lungimiranza di Erdogan che gli consentono di poter battere i pugni sul tavolo geopolitico Mediterraneo. Anche perché sono anni che l’Europa non è abituata a vedere nazioni che facciano i propri interessi, ad eccezione della Francia e della Germania. Forse, se la Grecia non fosse stata comprata dalla Deutsche Bank potrebbe esprimere anch’essa una sua forza, ma sembra che all’Unione Europea sia talmente tanto piaciuta la storia della battaglia impari dei trecento che la vorrebbe far ripetere.

Occorre una riflessione anche sul nostro Belpaese: innanzitutto è importante avere una politica estera seria, soprattutto nel Mediterraneo, e affidarla non di certo ad un ministro impreparato che ha rimesso la possibilità d’azione al volere di Berlino mentre tutti mandavano truppe e stringevano accordi in Libia. Anche perché, citando l’ammiraglio Nelson “chi comanda il mare guida la storia“, e pertanto senza il Mare Nostrum rischiamo di diventare davvero solo una realtà geografica. Il tutto condito da regole che mostrano sempre più la loro assurdita dal piano economico a quello geopolitico: non è possibile continuare a convivere con limiti al deficit che impediscono i necessari investimenti, portandoci al contrario all’unica opzione della “decrescita (in)felice” pentastellata.

Giulio Consoli

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