La famiglia Gheddafi potrebbe tornare al potere

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Nell’intricato groviglio di milizie e tribù che dominano il caos libico, il nome della famiglia Gheddafi è tornato prepotentemente in auge nelle ultime settimane. In vista delle elezioni fissate per marzo 2021 si vocifera, infatti, di una presunta corsa per la leadership di Saif al Islam Gheddafi, secondogenito del Rais.

La rottura con Haftar

Haftar era riuscito, seppur indirettamente, a compattare l’universo tribale libico: un effetto non voluto dell’ “invasione” turca che aveva portato i vari gruppi, eternamente in lotta tra loro, a scegliere la guida del feldmaresciallo già verso la fine del 2018. Fino a pochi giorni fa, quando la tribù Qadhafa ha ritirato il proprio sostegno all’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale. La notizia ha circolato poco, soprattutto sui media arabi, eccezion fatta per il sito egiziano Sasapost, il primo ad essersi dedicato, con un lungo approfondimento, alla vicenda. Il sito (bloccato in Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti perché considerato affiliato alla Fratellanza musulmana) riferisce di una “spaccatura innescata dagli arresti di massa dei membri della tribù, dagli attacchi contro le loro case e da altri atti di violenza di cui sono stati vittime”.

Il casus belli sarebbe scoppiato lo scorso 20 agosto, in occasione dell’anniversario della caduta della Jamahiriya, in seguito ai tentativi dei figli dell’ex dittatore di organizzare celebrazioni in tutta la nazione, ed in particolar modo a Sirte, roccaforte dei Qadhafa, città simbolo dell’epopea di Mu’ammar Gheddafi. A riferire delle manifestazioni anche il quotidiano Al-Wasat, che racconta di forti moti di protesta anche a Bani Walid e Ghat nel sud-ovest. In piazza i manifestanti sono scesi armati di vecchie foto del Colonnello e dei suoi figli Saif al-Islam, al-Mu’tasim e Khamis, sventolando bandiere verdi e chiedendo la discesa in campo di Saif.

Sirte non è solo la roccaforte della famiglia Gheddafi, ma la linea rossa del fronte del conflitto congelato tra il Gna e le milizie di Haftar. Così, di fronte al dilagare degli arresti, i manifestanti e la popolazione locale hanno minacciato di bloccare la strada che collega Sirte alla Libia meridionale, diffidando il comandante della Brigata Tariq Bin Zayed dall’avvicinarsi alla città. Il consiglio tribale, inoltre, ha invitato tutti a lasciare immediatamente i ranghi delle forze armate del generale libico.

Chi è Saif, l’erede di Muammar Gheddafi

Nei circoli politici internazionali che contano, Saif non è uno sconosciuto per nessuno. Fin dai tempi del regime del padre si impose come principale interlocutore della stampa estera: poliglotta, cosmopolita, studi nelle Università più prestigiose del mondo, è passato per essere il volto giovane e à la page della Libia contemporanea. Considerato l’erede politico del Colonnello, durante la guerra civile e i bombardamenti della Nato si trasformò nel portavoce ufficiale del governo.

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Braccato dai nemici giurati del padre in patria e all’estero, si è trasformato in simbolo di resistenza finendo sotto protezione delle milizie di Zintan dove, almeno dal 2017, progetta il suo ritorno sulla scena internazionale, certo di poter contare su importanti appoggi: in Gran Bretagna, ad esempio, ma anche in Russia, dove pare siano stati accertati alcuni suoi passaggi proprio in quel di Mosca. Saif, dunque, sembrerebbe essere il personaggio maggiormente attrezzato per condurre la Libia fuori dall’impasse, con il placet di numerosi circoli nazionali, galvanizzati dal suo cognome, e internazionali.

Sulle tracce di Saif c’è innanzitutto la Corte Penale Internazionale, soprattutto dopo che il 10 marzo la Corte d’appello della Cpi ha respinto il ricorso dei suoi legali, ribadendo che debba comparire all’Aia per rispondere di crimini contro l’umanità. Sono in molti a chiedere la testa dell’ex delfino libico: negli scorsi mesi, secondo quanto riportato da Agenzia Nova, sono circolate voci di numerosi tentativi da parte dei servizi segreti turchi e del governo di Tripoli di assassinare, o quantomeno catturare Saif. Le stesse milizie di Zintan, città in cui ha trovato rifugio, hanno rivelato di essere a conoscenza di piani per catturare e assassinare il figlio di Gheddafi da parte dell’intelligence turca. Per questa ragione Saif sarebbe posto sotto una stretta sorveglianza da parte dei suoi uomini, in un posto che solo poche persone conoscono, poiché oltre che ad una garanzia politica, potrebbe trasformarsi in un “ricco bottino” qualora dovessero mutare i venti di guerra.

Chi vuole Saif al potere (e chi no)

La figura di Saif colpisce per la sua capacità di interpretare figure diverse al momento giusto. Passando abilmente dalla mimetica alla grisaglia, dagli abiti beduini allo smoking, lancia messaggi precisi sapendo di colpire nel segno. Conserva lo spirito tribale che fece la fortuna del padre per corteggiare i clan, si presenta come portavoce navigato di una Libia scomparsa presso le eminenze grigie del mondo, aizza i miliziani fedeli ai Qadhafa nel nome del padre, e, adesso, si mostra (anzi, non si mostra) come l’eroe della resistenza libica.

Le sue scelte adesso mettono in difficoltà Haftar, che mantiene fragili alleanze nell’est del Paese, mentre il campo avversario è diviso tra il governo di Tripoli da una parte, la coalizione legata ad Aguila Saleh dall’altra e, adesso, i Qadhafa. Il grande timore di Haftar è l’avvicinamento tra queste due ultime fazioni. Ma quello che il generale teme di più sono le risorse finanziarie di Saif e famiglia, ancora così ingenti da poter comprare silenzi, consensi e lealtà.

Se l’intelligence turca vede in Saif un nemico da eliminare, anche l’Arabia Saudita e altri stati del Golfo non appoggiano questo ritorno al passato: vecchie acredini con la Libia e l’attuale appoggio ad Haftar sono la ragione principale che muove i suoi detrattori. Un ruolo inedito potrebbe ricoprirlo l’Egitto nei prossimi mesi, attraverso un’ipotetica mediazione con sauditi ed emiratini nel panorama di un Medio Oriente in cui i rapporti di forza stanno cambiando rapidamente.

Certo è che, l’ascesa di Saif, farebbe molto comodo a numerose burocrazie occidentali (e non solo). Al netto della sua complicità con il regime paterno, diversi grandi Paesi insistono sul ritiro delle accuse a suo carico presso la Corte penale. Viene considerato, infatti, un male minore, l’unico esponente politico libico in grado di mettere d’accordo l’estero e i libici stessi, riproponendo il redivivo mito della Jamahiriya, togliendo le castagne dal fuoco alle burocrazie occidentali impantanate, pronte a turarsi il naso.

il giornale.it

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