Alfredo Robledo, “Per fare carriera servono gli appoggi, non il merito”. La denuncia dell’ex procuratore di Milano

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Il caso di Luca Palamara, il magistrato ex presidente di ANM e membro del CSM, considerato un punto di riferimento reale per fare carriera all’interno della magistratura, ha gettato negli ultimi mesi una luce sinistra sulla modalità di selezione con cui si approdava in posizioni di rilievo nel mondo della Giustizia. Tra minacce, più o meno velate, da parte di Palamara di fare i nomi di chi era in qualche modo colluso in questo sistema e gli sms e le conversazioni che si svolgevano con il magistrato si è aperto un mondo, inaspettato dai più, in cui la magistratura rischia di perdere l’autorevolezza necessaria per svolgere il proprio lavoro. Tra gli sms fu evidenziato quello che nell’ottobre del 2017 Edmondo Bruti Liberati scriveva proprio a Luca Palamara: «Vorrei chiederti alcune informazioni. Quando ti posso chiamare senza disturbo?». Proprio in quei mesi era accesissimo lo scontro in Procura tra Bruti Liberati e il suo procuratore aggiunto Alfredo Robledo. Non a caso, con Palamara parla di Robledo anche Marco Ghionni: «Luca vedi che cosa vogliamo fare con Robledo; a mio parere non c’è alcuna necessità a non lasciare pubblica la delibera!». Alla fine, il Csm non confermerà Robledo come procuratore aggiunto così che poi lasciò la magistratura in aperta polemica con essa e presentando un ricorso alla Corte Europea dei Diritti umani che è stato ammesso. «Luca Palamara sta cercando di derubricare il tutto come se fosse il mediatore nel cercare, rispetto ad un sistema oramai consolidato, la soluzione migliore ma non è assolutamente così. Se si vuole capire il sistema Palamara e come si muoveva quella parte della magistratura che voleva fare carriera bisogna capire altro». Così esordisce Alfredo Robledo, ex procuratore aggiunto di Milano, che nel 2014 denunciò Bruti Liberati al CSM per irregolarità nell’assegnazione dei fascicoli ai vari pool innescando un procedimento disciplinare nei suoi confronti che lo portò ad essere trasferito a Torino non più come pubblico ministero ma come giudice.

Cosa significa ciò che sta dicendo riguardo al sistema Palamara?

«Significa semplicemente che Palamara, a cui tutti coloro che volevano fare carriera si rivolgevano, non mediava affatto selezionando in base al merito professionale, individuando il migliore tra i magistrati. Mai, in nessuna intercettazione, si sente parlare della qualità professionale o della competenza di questo o quel magistrato. Palamara contribuiva a far nominare i vertici degli uffici indipendentemente dal valore delle persone ma solo in relazione ad equilibri di potere e nell’ambito delle correnti e come ha detto lui stesso nella trasmissione di Giletti su La7 applicando il manuale Cencelli».

Lei intende dire che non esisteva alcun “merito” nelle nomine ma solo logica “spartitoria”?

«Non era certamente un titolo di preferenza. La magistratura è piena di persone valide e capaci; magistrati che hanno fatto della loro professione il motivo della loro esistenza, ma questi non fanno carriera se non passano per logiche politiche delle correnti che si spartiscono i ruoli di valore».

Palamara parla però di indipendenza nelle scelte….

«Guardi nelle intercettazioni ci sono frasi che fanno accapponare la pelle. Si parla di caccia di voti per avere un ruolo od un’altro; lei provi a spiegarmi come può essere poi indipendente un magistrato se è una corrente a riuscire a metterlo in una posizione apicale e di rilievo. È chiaro che la scelta di un magistrato obbliga lo stesso ad ascoltare chi l’ha messo in quel ruolo. È il medesimo meccanismo della politica che peraltro la magistratura combatte; un procuratore antimafia che va a caccia di voti per essere nominato non mi sembra che possa offrire con certezza garanzie di indipendenza».

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Parla del magistrato Di Matteo?

«Chi tiene fuori da ruoli importanti un uomo come Di Matteo non mi pare sia da elogiare e parlo per il bene dello Stato».

Lei crede che questo sistema poi possa declinarsi con qualche attenzione, in fase di qualche giudizio processuale?

«Arrivare talvolta ad una prescrizione per reati “importanti” non è difficilissimo. Per rallentare un procedimento a volte basta semplicemente un affettuoso invito alla prudenza e all’equilibrio».

Come si può uscire da tutto questo?

«Non sono affatto ottimista perché ad oggi nominati ai posti di vertice sono quasi tutti figli di questo sistema: nessuna legge può garantire l’etica e la correttezza perché i valori sono innanzitutto un patrimonio interiore».

E da quando si è introdotto questo sistema?

«Nel 2006; prima c’era l’avanzamento o la promozione per anzianità. Venne invece indicato “il merito” come metodo di valutazione ma in realtà è servito da grimaldello per realizzare gli scopi delle correnti».

Lei ha appeso la toga, è stata una decisione faticosa?

«È stata una scelta di vita entrare in magistratura. Amavo il mio lavoro ed ero un servitore dello Stato e della Giustizia ma ad un certo momento capii che questa mia tensione era impossibile da portare avanti. Ciò che sta accadendo è solo una parte di ciò che denunciai prima di abbandonare la Magistratura. Per le correnti ero divenuto, a causa della mia indipendenza, il nemico da combattere e abbattere e quando sono stato messo nella condizione che mi impediva di fare il mio lavoro, ho preferito abbandonare tutto».

Lei ebbe rapporti a Milano con tre sindaci: cosa mi dice di Albertini?

«Preferisco non rispondere in quanto c’è un procedimento penale in corso che riguarda le nostre persone».

La Moratti?

«La sua idea di Expo iniziale era bellissima ma venne poi stravolta».

Da Sala?

«Sala aveva un unico obiettivo; portare a casa la manifestazione. Il progetto della Moratti è stato nei fatti snaturato e sono state piegate alcune regole per giungere in tempo con l’apertura della manifestazione».

Sbagliò?

«Sicuramente Sala non ebbe alcun beneficio personale economico ed il mio giudizio su Expo non è interessante per i più».

E cosa si è fatto?

«Bruti Liberati mi tolse le deleghe fermando la mia indagine e togliendomi le deleghe. Lo dicevo prima il sistema delle correnti in magistratura non aiuta ad essere imparziali».

Il racconto di Alfredo Robledo finisce qui e si percepisce profondamente come esista una reale tristezza per come stanno emergendo i fatti che riguardano la magistratura. Una tristezza che riguarda spesso una parzialità delle azioni penali che non generano quel dovuto rispetto per una così alta funzione dello Stato. La cosa che più mi rammarica è legata al pessimismo che Robledo ha nei confronti della gestione della macchina amministrativa giudiziaria. Mi suona il telefono ed è ancora il dottor Robledo a chiamarmi. «Ci terrei a dire una ultima cosa», spiega, «nessuno si è mai occupato che l’attuale procedura penale non consente, e non può consentire, di rendere giustizia nei tempi ragionevoli sia per lo Stato che per l’imputato. Non vi è sistema accusatorio al mondo che abbia più del 10% di processi conclusi con un dibattimento. In Italia ci sono più di un milione e quattrocentomila processi penali pendenti in primo grado: non potrebbero essere più di centoquarantamila per far funzionare la macchina amministrativa. Così diceva il padre del codice penale vigente Giandomenico Pisapia. Chi sarà in grado di fare questa rivoluzione?». 

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