Non c’è Covid che tenga, la Cina non ferma il barbaro festival di Yulin dove si mangiano cani

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Ancora una volta a Yulin, in Cina, si svolge il festival-mattatoio che vede i cani vittime. Non sono servite le petizioni internazionali, né il fatto che la maggioranza dei cinesi dice di detestare l’usanza e soprattutto neanche l’emergenza sanitaria da Covid19, partito proprio da quel mercato di Wuhan dove si macellavano animali senza alcun rispetto delle norme igieniche. Ancora una volta la mattanza. Con il sacrificio di circa diecimila cani (venduti vivi o abbattuti) per perpetuare un’usanza che risale a cinque secoli fa.

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I cani, allevati per la produzione di carne, sono spesso prelevati dalle strade oppure rubati alle loro famiglie. Vengono tenuti per quasi tutta la loro vita in gabbie metalliche. Come riporta il sito Animal Equality, la loro fine è altrettanto terribile. “Dopo diversi colpi alla testa vengono lasciati in stato di parziale incoscienza. I macellai danno il colpo di grazia alla testa. I cani continueranno a perdere sangue. Per morire dopo qualche minuto di agonia, cercando invano di scappare”.

A nulla è servito il fatto che il ministero cinese dell’Agricoltura abbia sancito lo scorso aprile che cani e gatti sono animali da compagnia e non commestibili. L’attivista animalista Davide Acito, fondatore di Action Project Animal sul suo sito ha sottolineato che in Cina almeno il 5% della popolazione si ciba di carne di cane regolarmente tutti i giorni, secondo i dati della Human Society International. “Sembra poco, ma su un miliardo e mezzo di persone vuol dire comunque la morte di milioni di cani”, spiega l’attivista che, allo stesso tempo, conferma però quanto sia in enorme crescita il fenomeno dei “pet”, ovvero dei cani e dei gatti come animali da compagnia: «Oltre due milioni di cani registrati nella sola Pechino», precisa. Dati che fanno sperare che il crudele festival di Yulin sia l’ultimo e definitivo scempio.

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