“Il focolaio non era Codogno” Le rivelazioni sulle zona rosse

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Non è partito tutto da Codogno. Non è esploso a fine febbraio. E chissà se le “zone rosse” avrebbero cambiato il corso degli eventi. La storia dell’epidemia da coronavirus in Italia è tutta da scrivere, e molti capitoli restano ancora oscuri. Ma quel che ormai appare chiaro è che le convinzioni sin qui radicate, sia sull’evoluzione temporale del contagio che sui luoghi colpiti dal coronavirus, sono probabilmente da rivedere.

Se ci basiamo infatti sui dati ufficiali riportati dalla Protezione Civile, la storia dell’epidemia italiana sembra avere una data di inizio (il 20 febbraio) e un luogo preciso (Codogno). È la cronaca che tutti conosciamo e che abbiamo osservato ogni giorno seguendo le (inutili) dirette del commissario Angelo Borrelli. Eppure esiste un prequel oscuro che ci costringe a volgere lo sguardo più indietro.

Nello studio intitolato “The early phase of the Covid-19 outbreak in Lombardy, Italy“, un gruppo di scienziati ha studiato i “primi 5.830 casi confermati in laboratorio” in Lombardia e ha scoperto che “l’epidemia in Italia è iniziata molto prima del 20 febbraio 2020”. “Al momento del rilevamento del primo caso Covid-19 – si legge – l’epidemia si era già diffusa nella maggior parte dei comuni del sud-Lombardia”. Gli analisti hanno chiesto alle persone sottoposte a tampone e positive al coronavirus di provare a ricordare quando erano sorti i primi sintomi e i risultati sono sorprendenti. Non solo l’epidemia era “in corso prima dell’identificazione del paziente 1”, ma addirittura il primo caso di coronavius è del 1 gennaio 2020, un mese e mezzo prima l’esplosione del focolaio a Codogno. A dire il vero, i test sierologici di questi giorni stanno spostando la lancetta addirittura all’ultima decade dello scorso anno. Quel che è certo, comunque, è che tra il 24 gennaio e l’inizio di febbraio in Italia comparivano numeri sempre più consistenti di persone con sintomatologia da Covid-19. Tanto che, quando il 20 febbraio l’Italia scopre il caso nel Lodigiano, circa 1.200 di persone soffrivano già tutti i sintomi da infezione da coronavirus.Data di insorgenza dei sintomi nei primi casi positivi

È da qui che occorre partire per valutare le scelte del governo in quei primi drammatici giorni e capire se i vari lockdown sono stati tempestivi oppure no. La prima decisione è quella di blindare dieci Comuni nel Lodigiano (Bertonico, Casalpusterlengo, Castelgerundo, Castiglione d’Adda, Codogno, Fombio, Maleo, San Fiorano, Somaglia e Terranova dei Passerini) e Vo’ Euganeo in Veneto. La speranza è di contenere l’infezione e di circoscrivere i contagi, ma in poche ore comincia ad apparire evidente che bisogna fare qualcosa in più. “Noi avevamo chiaro che il problema si stava diffondendo anche oltre Codogno – racconta una fonte nella task force lombarda – e in sede tecnica avevamo fatto tantissime ipotesi su come agire”. All’inizio, come il Giornale.it è in grado di ricostruire, si pensa di allargare le zone rosse nel Lodigiano. “Avevamo pensato di includere tutti i Comuni che avevano avuto almeno due casi, poi quelli confinanti, in modo da creare una corona un po’ più ampia. Questa ipotesi però è stata scartata quando le inchieste sul paziente 1 hanno evidenziato che l’infezione si era ormai propagata e iniziavano ad emergere i primi casi a Bergamo”. In quel momento gli epidemiologi ancora non lo sanno, ma in Val Seriana, a Cremona e a Piacenza i contagi si stavano già moltiplicando da giorni. Senza che nessuno se ne accorgesse.Distribuzione geografica dei casi (date di insorgenza dei sintomi) in Lombardia

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Gli studiosi lo capiranno solo diverse settimane dopo, quando le analisi dimostreranno che Codogno non sarebbe neppure il luogo d’inizio della tragedia. Andando a ritroso, la task force lombarda ha infatti scoperto che i primi segnali dell’epidemia sarebbero sorti ad Arese e a Conegliano Laudense, due Comuni di 20mila e 3mila abitanti. E solo in un secondo momento l’infezione si sarebbe allargata alle zone del Lodigiano (il 24 gennaio), di Bergamo e di Cremona (il 31 gennaio). “Se il focolaio fosse stato Codogno – dice la fonte – penso che saremmo riusciti a bloccarlo. Invece una cosa che ormai ci è chiara, ma in quei giorni lo era un po’ meno, è che la nostra velocità di analisi della catena di contagio era insufficiente rispetto a quella del virus”.Codongo, la città focolaio nel Lodigiano (La Presse)

Quello che molti si chiedono è perché, una volta appurato che l’infezione era ormai sfuggita dalla cittadella lodigiana, non si sia deciso di chiudere anche le altre aree più colpite (Bergamo, la Val Seriana o Brescia) non appena queste si “accendevano” come nuovi focolai. La successione degli eventi è ormai nota: la Lombardia chiede a Roma di istituire nuove zone rosse, il governo chiede lumi al comitato tecnico scientifico e poi temporeggia. Il 2 marzo, come rivelato da Tpi, l’Istituto superiore di sanità consiglia a Conte di estendere la serrata ai comuni bergamaschi di Alzano Lombardo e Nembro e a quello bresciano di Orzinuovi. Ma Palazzo Chigi non si muove. Perché? Difficile dirlo. Sono ore convulse. Anche gli epidemiologi navigano a vista. Quel che è certo è che la decisione andava presa nell’immediato. Tanto che dopo pochi giorni di attesa (tra il 27 febbraio e l’8 marzo), gli esperti iniziano a capire che è già troppo tardi e che l’unica soluzione è chiudere l’intera Lombardia. “Quando è venuto il ministro speranza a Milano (il 4 marzo, ndr), la relazione della task foce già affermava che le zone rosse probabilmente non avevano più senso e che ormai bisognava fermare tutto”. Quattro giorni dopo arriverà il Dpcm che chiuderà l’intera Lombardia e altre 14 province del Nord.

I tentennamenti di quelle due settimane hanno avuto effetti nefasti, permettendo al virus di insinuarsi nei treni stipati di pendolari, nei pronto soccorso degli ospedali affollati da pazienti in crisi respiratoria convinti di avere una “banale influenza”, negli uffici e nelle residenze per anziani. “Sulle zone rosse – dice la fonte nella task force – penso che se anche l’avessimo realizzata non credo che avremmo ottenuto risultati sul contenimento dell’infezione. Ma sicuramente avrebbe permesso di spegnere quei focolai un po’ più in fretta, come successo a Codogno. Forse se io e i miei colleghi fossimo stati più convincenti, magari avremmo anticipato anche solo di 3 o 4 giorni la decisione del governo e forse avremmo limitato i danni”.L’arrivo al cimitero di Cinisello delle salme portate dall’esercito dalla zona di Bergamo (La Presse)

il giornale.it

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