“Tra i cadaveri degli anziani infetti senza protezioni: così ci siamo presi il Covid”

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“Già da metà marzo c’erano delle persone con la febbre e ci sono state delle morti anomale, ma ci hanno detto di non dire nulla perché altrimenti avremmo creato allarmismo e scalpore”. Inizia così il tremendo racconto di uno degli operatori della casa di riposo Alcim di Contigliano.

In questo paese del Reatino, poi diventato “zona rossa”, il virus è arrivato all’inizio di marzo, e il 26 dello stesso mese è esploso anche tra gli anziani ricoverati nell’ospizio di via Campo Boario. Uno di loro, ricoverato in ospedale, risulta positivo al Covid-19.

La struttura viene subito isolata, e il giorno dopo gli ospiti sono sottoposti ai tamponi assieme ai sanitari. Il sindaco Paolo Lancia spedisce subito nel centro duecento dispositivi di protezione individuale, per “migliorare”, si legge sulla pagina Facebook del Comune, “le condizioni di protezione e sicurezza” degli operatori. E prima di allora? Abbiamo provato a contattare, senza successo, la direzione della struttura per chiedere spiegazioni. Sono loro che, spiegano dalla Asl di Rieti, avevano “il compito di dotare, in qualità di datore di lavoro, i propri dipendenti di Dpi”.

E invece la nostra fonte all’interno dell’Alcim, che chiede di rimanere anonima, ci descrive uno scenario da brividi: “Siamo stati costretti a recuperare mascherine qua e là, alcune le ha cucite la moglie di un collega, altre ce le ha portate un amico infermiere, è in quelle condizioni che caricavamo i morti dai letti alle lettighe per portarli in camera mortuaria”. In pochi giorni, ci assicura, ci sono stati almeno otto decessi. “La maggior parte aveva più di 80 anni, una signora è deceduta dopo aver vomitato tutta la notte, gli altri per insufficienza respiratoria”, continua il racconto.

Tutti sono poi risultati positivi al coronavirus. “All’epoca non sapevamo che lo fossero, e abbiamo trasportato i cadaveri senza precauzioni, respirando i gas emanati dalle salme dei contagiati, probabilmente è così che ci siamo ammalati”, ricorda l’operatore. “La sicurezza – va avanti – l’ho avuta quando, trasportando l’ultimo corpo, quello di una vecchina, non riuscivo a tenere gli occhi aperti per il dolore alle palpebre”. Il 29 marzo arrivano i risultati dei tamponi. Il bilancio è drammatico: su 53 ospiti, 42 sono positivi, mentre su 30 operatori hanno contratto il Covid in 23. Dieci di loro decidono di rimanere isolati nella struttura per assistere gli ospiti. “Ci hanno detto che potevamo farlo – ci spiega uno di loro – tanto ormai eravamo contagiati anche noi”.

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Nel frattempo la casa di riposo viene posta sotto il controllo sanitario della Asl, che il 30 di marzo la trasforma in centro Covid e fa trasferire lì anche 13 anziani positivi della residenza per anziani Arcobaleno di Greccio, comune poco distante da Contigliano. Sul posto, fa sapere via Facebook l’amministrazione comunale, vengono inviati un medico, il primario del reparto di Geriatria dell’Ospedale De Lellis, e quattro operatori, due OSS e due infermieri. Troppo pochi, secondo i lavoratori dell’Alcim, per assistere glianziani che, dopo la trasformazione in Covid center, erano diventati più di sessanta.

“Per due o tre giorni è stato il caos, nessuno ovviamente voleva venire a lavorare tra i malati di coronavirus, e alcuni anziani sono rimasti abbandonati a loro stessi, con il personale decimato e i pochi infermieri che giustamente davano priorità a chi stava veramente male, molti di loro sono rimasti con il pannolone sporco per ore”. “Perché hanno creato il centro Covid se non c’era abbastanza personale?”, è la domanda di chi in quei giorni ha scelto di restare in prima linea. I rinforzi, infatti, sembra siano arrivati solo qualche giorno più tardi. Una versione, questa, smentita dalla Asl di Rieti, che assicura: “Quando è scoppiato il contagio all’interno della casa di riposo, in collaborazione con il Comune di Contigliano, abbiamo predisposto immediatamente tutte le misure necessarie a contenere il virus”.Gli operatori rimasti ad assistere gli anziani nella casa di riposo Alcim

“Nel giro di 48 ore – proseguono – sono stati allestiti percorsi protetti e la casa di riposo ha potuto contare su un numero adeguato di medici, infermieri e operatori socio sanitari”. Per tutta la prima fase dell’emergenza, però, gli operatori rimasti nella struttura denunciano di essere stati costretti a dormire per terra, ammassati in dieci all’interno della stessa stanza.”Soltanto dopo l’ispezione della Asl, arrivata su richiesta del sindaco dopo le nostre proteste – spiega uno dei dipendenti – ci hanno detto che continuando ad operare in quelle condizioni non saremmo mai guariti”. Proprio per questo motivo, il 4 di aprile, per i dieci dipendenti dell’Alcim scatta l’isolamento all’Hotel Marriott di Roma.

Sulla grave situazione igienico sanitaria in cui si sono trovati i dipendenti, dalla Asl alzano le mani: “I locali e le modalità di isolamento sono state decise ed individuate dagli stessi dipendenti, quando siamo subentrati nella casa di risposo ne abbiamo preso atto”. Era una scelta obbligata, secondo il personale Alcim, chi si sarebbe preso cura degli anziani altrimenti? “Non lo abbiamo fatto per i soldi, si figuri che non ci hanno pagato neppure gli straordinari”, chiarisce uno degli operatori. La telefonata è interrotta di tanto in tanto da forti colpi di tosse. “Non ho paura di questa malattia, provo solo tanta rabbia perché le cose sarebbero potute andare diversamente”, è l’amara conclusione. E in molti, nel paesino trasformato in zona rossa, si chiedono perché ancora non sia stata fatta luce sui fatti.

il giornale.it

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