Luciana Lamorgese, voci dal Viminale: da supermninistro a fantasma, così si è squagliata

Due mesi di flagello da Coronavirus non sono bastati per scorgere al ministero dell’ Interno una figura apicale all’ altezza dell’ emergenza? Luciana Lamorgese, la più alta in grado, semplicemente non perviene. Nei giorni scorsi si è limitata a sguinzagliare droni, elicotteri e cani lupo per inseguire qualche runner in tutina da corsa o altri poveri disgraziati che s’ illudevano di poter celebrare la Pasquetta lontano dagli arresti domiciliari del lockdown.

Quanto all’ essenza dei suoi doveri, di là dal controllo dell’ apparato preventivo e repressivo delle nostre libertà civili, è scomparsa nello spazio di un signorsì, come una signornulla. Tace in pubblico, la ministra, si sottrae alle liturgie canoniche nelle quali i governanti e la Protezione civile sono tenuti a ragguagliare i cittadini sulle notizie relative alla pandemia. Si limita a formalizzare giri di vite intermittenti o a dettare circolari un po’ squinternate come quella che due settimane fa sembrava celebrare le passeggiate all’ aria aperta o le incursioni nei supermercati per i bambini accompagnati, un’ iniziativa che ha costretto Palazzo Chigi e i presidenti di Regione a immediate smentite, contromisure, polemiche e appelli a non prendere alla lettera tanta leggerezza.

ROCCIOSA
E sì che Larmogese passa per essere una madonna pellegrina infaticabile e tosta, rocciosa come i paesaggi lucani dai quali proviene (è di Potenza, in Basilicata); eppure la sua immagine si è come liquefatta in un vuoto pneumatico proprio nel momento in cui si faceva più acuta la domanda di Stato da parte dei cittadini: dalla tutela dell’ ordine pubblico alla rassicurazione degli italiani bisognosi d’ un punto di riferimento. A parte qualche eccesso un po’ ridicolo e persecutorio, le nostre forze di polizia, così come l’ esercito, sono i protagonisti di un generosissimo sforzo a volte mal ripagato da equipaggiamenti inadatti al compito (ma lo ammettono soltanto in privato, perché sono persone responsabili e perbene). Il fatto è che la signora Lamorgese non appare, non comunica se non tramite circolari e multe, dà l’ impressione di voler rimanere sottotraccia proprio quando diventa indispensabile esporsi: nemmeno per rispondere a qualche innocente domanda dei giornalisti, per non lasciare tutta la ribalta al presenzialista in capo Giuseppe Conte (sarà questo uno dei motivi del suo nascondimento?).

Non è una fissa da giornalisti d’ opposizione, la nostra, è una domanda che si sono posti anche ai piani alti del Viminale, lì dove continua indefesso il lavoro paziente e tenace dei servitori dello Stato: nello stato d’ eccezione che stiamo vivendo, l’ aspettativa minima è quella di veder emergere una figura (femminile, peraltro!) di prima grandezza accanto ai claudicanti protagonisti della tragicommedia in corso. E invece il nulla. A meno di voler considerare un valido contributo alla salute pubblica le continue possibilità di sbarco offerte agli stranieri provenienti dall’ Africa: un ostinato contegno “impreziosito” dalla precisa raccomandazione viminalizia di garantire un salvacondotto speciale ai migranti privi di requisiti per rimanere sul nostro territorio. Alla lettera, la disposizione suona così: “Sempre in considerazione della preminente esigenza di impedire gli spostamenti sul territorio e sino al termine delle misure connesse all’ emergenza in atto dovrà essere garantita e monitorata la prosecuzione dell’ accoglienza anche a favore di coloro che non hanno più titolo a permanere nei centri”. In poche parole, con la comprensibilissima e doverosa necessità di far rispettare l’ isolamento ai migranti titolati a sostare sul nostro territorio, alcuni dei quali già ammalati di Covid-19, il Viminale ha abdicato (almeno temporaneamente) al dovere di scoraggiare nuovi arrivi.

Per quanto gli sbarchi siano diminuiti a marzo, le operazioni di accoglienza nel sud Italia non si sono mai interrotte: da Brindisi a Pozzallo e Portopalo, fino a Porto Empedocle dove il sindaco Ida Carmina ha vanamente lanciato appelli accorati e inascoltati: «Inserire centinaia di persone di cui si hanno poche informazioni in un contesto già particolarmente provato – e che sta attraversando innumerevoli disagi non solo dal punto di vista sanitario ma anche economico – rischia di far venir meno le necessarie tutele dovute sia ai cittadini che ai migranti stessi». Non risulta che Lamorgese abbia trovato il tempo per rispondere alle autorità locali, ed è appena il caso rilevare come la sua intenzione di marcare una discontinuità rispetto al protagonismo mediatico del predecessore Matteo Salvini non possa ridursi a una stentorea revisione dei decreti sicurezza e a un allargamento delle maglie rispetto al fenomeno migratorio. Né può bastare la scusa – già da lei imbracciata nelle rare sortite ufficiali – che un ministro dell’ Interno dovrebbe preferire un basso ma operoso profilo. Questo identikit può calzare bene, semmai, ai suoi sottoposti.

NARCISISMI
Nelle lancinanti condizioni in cui si trova la nazione, bisogna uscire allo scoperto e casomai ispirarsi allo stile dimesso ma collaborativo e mai assenteista del collega Roberto Speranza, il quale dal ministero della Salute ha offerto un esempio inedito di equilibrio istituzionale. Forza, ministra Lamorgese, batta un colpo: mentre ci impedisce ogni giorno per decreto di passeggiare troppo lontano da casa (e solo per “comprovate necessità”), provi anche a proteggerci dal dilagante narcisismo compulsivo del premier Conte, dagli infortuni della malferma Protezione civile rappresentata dal ragioner Borrelli e dall’ impressione che a guardia del Viminale ci sia soltanto la migliore amica delle Ong.

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