“Limitazione della libertà e bracciale elettronico per chi non scarica l’app Immuni”. Ma non era volontaria?

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Roma, 20 apr – Era solo questione di giorni, noi vi avevamo avvertito. L’app di tracciamento contatti Immuni scelta dal governo come strumento per arginare l’epidemia di coronavirus non è ancora uscita, ma già la musica sulla tanto declamata «base volontaria» del download è cambiata. In sostanza le task force impegnate a lavorare sulle misure che dovranno regolare la fase due starebbero già facendo marcia indietro sulle rivelazioni di venerdì scorso a corredo del lancio dell’app.

Con una magistrale supercazzola diffusa sulle pagine del Corriere si viene infatti a sapere che sì, è probabile che Immuni resterà ad adesione volontaria, ma chi sceglierà di non scaricarla potrebbe subire delle ancora non ben specificate limitazioni negli spostamenti. Ora, chiunque capirebbe che questa è una coercizione basata sul baratto delle libertà di cui il governo ci sta peraltro privando da quasi due mesi. Ovviamente il team di cervelloni ha anche pronta la giustificazione a corredo della misura: la limitazione degli spostamenti dovrebbe costituire un «incentivo», come lo chiama zuccherosamente il Corriere «per raggiungere quel 60% di adesioni che viene considerata la soglia minima per garantire l’efficacia del sistema». Insomma gli italiani sono ormai ridotti al ruolo di asini, da far camminare a suon di bastonate e finte carote attraverso la fase due.

Cosa dice il garante della privacy?

Interessante, peraltro notare come il sito Agendadigitale.it proprio stamattina riporta, in un lungo articolo che analizza le criticità dell’app, come il Garante della privacy nei giorni scorsi avesse (giustamente) dato per scontato che l’applicazione debba essere adottata su base volontaria, e che, udite udite, l’app non deve essere «utilizzata per finalità repressive (sorveglianza del soggetto in quarantena obbligatoria)». Ma è riguardo la volontarietà che il Garante giunge alle considerazioni più interessanti – e che il Corriere stamattina si è dimenticato di citare – parlando «dell’impossibilità di imporre l’utilizzo di dispositivi elettronici, riferendosi nello specifico alle fasce della popolazione», come gli anziani, il cui utilizzo può dirsi «tutt’altro che scontato». Alla luce di tutte queste considerazioni, secondo il Garante «l’adesione volontaria non dovrebbe “abbinare” il download della app all’accesso a servizi o beni (come accade in Cina), che ne determinerebbe una specie di coercizione indiretta all’utilizzo».

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Le perplessità degli esperti di digitale

Su questo e altri punti avevano, già nei giorni scorsi, espresso motivate perplessità alcuni tra i massimi esperti in termini di digitale e di privacy. Il professor Oreste Pollicino, per esempio, ha rilevato delle potenziali criticità in tema di anonimizzazione dei dati, soprattutto sulla necessità di un’ampia trasparenza nel trattamento e nella gestione di questi ultimi. Forti perplessità, peraltro, sono state espresse dall’avvocato Andrea Lisi, presidente dell’Anorc, il quale ha sollevato dei dubbi sui problemi di potenziale riutilizzo dei dati nel flusso che lega governo e società privata proprietaria dell’app, la quale per implementarla ha cooperato con il centro medico Sant’Agostino e Jakala, una società di marketing che opera nel settore dei big data. La domanda sorge spontaneamente: è garantito che la suddetta società di marketing non abbia contatto con i dati sanitari di milioni di italiani? E soprattutto, laddove dovesse averne, come è intenzionata a trattarli? Mistero.

L’ideona del bracciale elettronico

Sull’impossibilità di imporre lo smartphone a quei 17 milioni di italiani che ne sono sprovvisti, i luminari delle task force hanno già estratto dal cilindro una soluzione lungimirante: e con la più sconvolgente naturalezza del mondo ecco che ci viene presentata la proposta del braccialetto elettronico per anziani, una misura a cui probabilmente nemmeno Orwell nelle sue fantasie più sfrenate si sarebbe mai immaginato di assistere. Sempre su «base volontaria», sempre previa stretta sugli spostamenti in piena fase due se ci si rifiuta di indossarlo. I costituzionalisti – che già si erano preoccupati per le misure precedenti e per un utilizzo fin troppo disinvolto da parte del governo delle fonti del diritto – si stanno mettendo già le mani nei capelli per riuscire a capire come una misura di questo tipo, pur nell’alveo della tutela della salute, possa essere comunque giudicata compatibile con il quadro costituzionale.

La proposta è ancora in fase di elaborazione, ma ci viene fatto sapere che la misura potrebbe – sempre quel condizionale che cela la promessa – essere formalizzata nei prossimi giorni dalla commissione tecnico-scientifica, con il placet di Domenico Arcuri, il commissario straordinario firmatario dell’ordinanza relativa all’app, e d’intesa anche con la task force guidata da Vittorio Colao.

Cristina Gauri

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