Cina, primo condannato a morte per il coronavirus: aveva forzato posto di blocco

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Roma, 2 mar – Aveva tentato di forzare un posto di blocco per fuggire da una delle città epicentro dell’epidemia di coronavirus, e nel farlo aveva pugnalato a morte due funzionari: Ma Jianguo, 23 anni, è così il primo condannato a morte dalle autorità di Pechino per crimini legati al  Covid-2019. 

Le autorità lo hanno condannato a morte nel fine settimana: una decisione presa in tempi record – persino per la Cina – per l’efferatezza del duplice delitto, compiuto mentre tentava di fuggire dalla “zona rossa” e fare ritorno al proprio villaggio dalla famiglia che lo aspettava. Un tribunale nella provincia sud-occidentale dello Yunnan ha emesso la condanna a morte del 23enne. Così si legge nella motivazione della sentenza: “Jianguo ha gravemente violato le leggi nazionali, proprio quando lo Yunnan era nella fase più critica di un’emergenza per la salute pubblica, ignorando le politiche di controllo dei virus”

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L’uomo stava guidando il proprio autoveicolo con a fianco un passeggero, quando gli è stato intimato l’alt dalle forze dell’ordine che presidiavano un posto di blocco. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il passeggero è sceso dall’auto tentando di rimuovere le transenne che sbarravano il transito ai veicoli, andando espressamente contro gli ordini intimati dai funzionari. Uno di essi, Zhang Guizhou, aveva deciso di filmare la scena con il proprio telefonino per documentare l’inottemperanza dei due; ma proprio a quel punto Jiangou aveva estratto un coltello a serramanico e si era avventato su Zhang pugnalandolo più volte al petto. Dopodiché aveva assalito anche Li Guomin, un funzionario distrettuale presente al posto di blocco, accorso per aiutare il collega, attaccandolo con numerosi fendenti. Per i due non c’è stato nulla da fare: sono morti entrambi all’ospedale mentre i medici tentavano di rianimarli. 

“Nel tentativo di fuggire dalla quarantena imposta dalla Stato, il condannato ha causato la morte di due persone. Tale comportamento va considerato omicidio intenzionale ”, ha dichiarato in una nota la corte del popolo intermedio di Honghe Hani e la prefettura autonoma di Yi. Sul capo di Jianguo pendeva già una precedente accusa di aggressione: per il severissimo sistema giudiziario cinese era quindi un recidivo, un’aggravante molto seria che è risultata decisiva ai fini della motivazione della condanna a morte, nonostante il giovane si sia dichiarato più volte “pentito del gesto” e abbia sostenuto di avere “perso la testa per il terrore di venire rinchiuso in un ospedale” e di venire così “infettato dal virus mortale”.

Cristina Gauri

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