Di Maio va alla guerra col peggiore curriculum tra i ministri della Ue

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Quando è scoppiata la crisi iraniana si trovava a Madrid a fare il turista per caso, appena si è aggiunta la crisi libica non sapeva se sostenere la Tripolitania di Al Serraj o la Cirenaica del generale Khalifa Haftar, e quando gli hanno chiesto quale fosse la politica estera che intendeva perseguire, ha risposto come avrebbe risposto il presidente dell’associazione studentesca studentigiurisprudenza.it, del resto unico vero incarico diplomatico del suo disarmante curriculum: «Si apprenda dagli errori del passato e si torni al dialogo».

Nessuno ha mai chiesto a Luigi Di Maio di risolvere le grandi crisi internazionali, ma davvero l’Italia può permettersi un ministro che crede di gestirle di fronte a ‘na tazullela ‘e cafè? Convinti di esiliarlo nel monumentale palazzo della Farnesina (1300 stanze), in passato occupato da Alcide De Gasperi, Pietro Nenni e Aldo Moro, e di spedirlo in giro per il mondo, dove si pensava potesse fare meno guasti di quelli compiuti, Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti hanno in realtà promosso ministro dei nostri Affari Esteri un uomo di trentatré anni con un curriculum più corto del messaggio disperato «cerco lavoro» e che tra le esperienze più prestigiose, fuori dalla politica, può vantare solo questa: «Ho avviato un progetto imprenditoriale di web marketing portato avanti dai miei soci». Di certo, non c’è un ministero degli Esteri che nel resto d’Europa venga portato avanti da un altro Di Maio.

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Incerto in inglese, catastrofico in geografia, inconsistente in storia, non sono tanto i titoli (che Di Maio non possiede) a renderlo inadatto, ma il confronto con i suoi equivalenti che lo rimpicciolisce e ci imbarazza. In Inghilterra, Boris Johnson ha appena indicato Dominic Raab come responsabile degli Esteri. Ha studiato Legge a Oxford, si è perfezionato a Cambridge e ha perfino vinto il premio Clive Perry in diritto internazionale. E forse bisogna iniziare a dire che gli anni, che significa averne attraversate tante, contano e non poco. Emmanuel Macron, il più giovane presidente della storia di Francia, ha chiamato Jean-Yves Le Drian (72 anni), astutissimo socialista francese, già ministro della Difesa, da sempre con posizioni nette contro il terrorismo internazionale, capace non solo di dialogare, ma di strappare in Medio Oriente anche delle commesse per le industrie francesi.

In Germania, per ricoprire una carica così decisiva ci si è affidati a un allievo di Oskar Lafontaine, il Giorgio Napolitano tedesco, e già presidente della Spd. Ministro è il suo allievo Heiko Maas, laureato in Legge. Sfida la destra tedesca (e anche quella italiana) non su Facebook, come fa Di Maio, ma scrivendo pamphlet. È autore di Alzati invece di allontanarti. Una strategia contro la destra.

In Spagna, la nazione più vicina a noi per temperamento e per instabilità, il governo ha incaricato Margarita Robles, un prodigio del Diritto, prima donna (aveva solo 26 anni) a presiedere una Sala, vale a dire il tribunale di giustizia amministrativa. A 34 anni, era presidente della provincia di Barcellona. Impossibile sarebbe soltanto avvicinarsi alla bacheca di Augusto Santos Silva, ministro degli Esteri portoghese, ma anche professore ordinario di Economia all’università di Porto, sociologo, laurea in Storia, esperto di globalizzazione. In una cosa è simile a Di Maio: anche lui ha già cambiato più ministeri (Difesa, Rapporti Con il Parlamento, Cultura). La differenza è che ha impiegato vent’anni e non diciotto mesi come Di Maio. Ragionevolmente, paesi come Romania, Lituania, Slovacchia, Malta, hanno nominato ministri quelli che prima erano ambasciatori, profili che avevano maturato l’esperienza necessaria. E in grande hanno pensato la Danimarca (ministro è Jeppe Kofod, docente con un master ad Harvard), la Svezia che si è consegnata ad Ann Linde (politologa). Lasciamo perdere la Russia con Sergej Lavrov (laurea in relazioni internazionali, sette volte presidente consiglio sicurezza Onu). Confidiamo nella pace, ma con Di Maio abbiamo già perso la guerra della competenza.

il giornale.it

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