L’ultima follia del politicamente corretto: definire sessista il «buon padre di famiglia»

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Milano Vietato parlare di «buon padre di famiglia»: è sessismo. Una nuova perla si aggiunge così alla collezione di ossessioni progressiste e politicamente corrette.

Una perla che il Consiglio comunale di Cesano Maderno (Monza) regala grazie a una consigliera del Pd, Sara Spadafora, che si è mostrata indignata per l’intervento di un leghista, Luca Bonfanti, accusato di aver fatto ricorso a uno stereotipo in grado di far «accapponare la pelle». E di quale turpe dichiarazione si era reso responsabile il lumbard? Aveva affermato che un Comune deve essere amministrato con la «diligenza del buon padre di famiglia». Qualcuno a sinistra avrebbe forse preferito la diligenza del genitore 1, o del 2, altri più probabilmente non ci hanno fatto neanche caso, ma non la consigliera Spadafora, che ha pensato bene di contestare a Bonfanti questa «metafora», definendola «obsoleta e sessista», «uno stereotipo per il quale le donne non sarebbero all’altezza di rappresentare un modello di ragionevolezza». Peccato che la diligenza del «buon padre di famiglia» sia un’espressione usata anche nel diritto civile, con nobili ascendenze nel diritto romano. «Il tutore – si legge per esempio nell’articolo 382 del codice civile – deve amministrare il patrimonio del minore con la diligenza del buon padre di famiglia». Niente a che vedere col sessismo insomma, e Spadafora lo sa, visto che è una giurista.

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«Qui si è perso il senso della ragione e del ridicolo» ha commentato il consigliere regionale leghista Andrea Monti. «Ci si accapiglia sui termini e sulle parole, quando il rispetto delle donne e delle madri andrebbe dimostrato con i fatti. Meglio un asilo gratis in più e una polemica stupida in meno, questo farebbe la differenza per dare piena dignità e libertà nel mondo del lavoro alle donne e alle madri».

Ma per Spadafora la polemica non è stupida. «Non è stato un attacco ad personam – ha detto ieri, lamentando attacchi violenti alla mia persona e alla mia professionalità – bensì una riflessione generale sul linguaggio pubblico ancora spesso contaminato da stereotipi di genere. Il fatto che quella terminologia, come peraltro tante altre, sia tutt’ora presente nel nostro Codice o nel linguaggio di uso comune non si significa che sia corretta e che così debba essere per sempre». «Mi si accusa gratuitamente di non conoscere i principi del Codice civile – avrebbe aggiunto secondo quanto riportato – ma è solo un chiaro tentativo di screditarmi come consigliera comunale, donna e avvocata». «Non è con lo stravolgimento di alcune locuzioni o con la sostituzione di una vocale che le donne otterranno più considerazione o diritti» ha ribattuto Barbara Mazzarello, del gruppo «Donne della Lega di Monza e Brianza».

il giornale.it

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