Si chiama Rommel il cane del portavoce del sindaco. La sinistra riesce a fare polemica anche su questo

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Si chiama Rommel il cane del portavoce del sindaco di Ferrara, Michele Lecci. Un dobermann che ha anche una pagina dedicata. In occasione del conferimento della cittadinanza onoraria a Liliana Segre da parte della giunta di Ferrara, guidata dal leghista Alan Fabbri, il deputato del Pd Luca Rizzo Nervo ha scandagliato la pagina Fb di Rommel. E ha scoperto che Michele lecci, il portavoce, fa delle ronde in zona stazione col suo cane e che si definisce il suo Fuhrer.

Scandalo e indignazione. Rizzo Nervo non crede che possa essere democratica una città dove si aggira un cane con quel nome. E va all’attacco, ignorando il fatto che Rommel, Croce di Ferro durante la prima Guerra mondiale e generale elogiato anche da Churchill, sul finire della guerra – nel 1944 – nutrì dubbi sul regime hitleriano. Infatti fu accusato ingiustamente di avere preso parte all’attentato del conte von Stauffenberg contro Hitler. Posto dinanzi all’alternativa se uccidersi o affrontare il plotone di esecuzione, Rommel decise per il suicidio con una pastiglia di cianuro.

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Rizzo Nervo in ogni caso chiede al sindaco Fabbri se “ritiene compatibile l’assegnazione della cittadinanza onoraria ad una donna simbolo della Shoah e la scelta come suo portavoce di chi gioca a fare il Führer con il suo cane e ad annunciare spedizioni punitive che si ispirano esplicitamente ad azioni naziste”.

“Ecco perché il cane si chiama Rommel”

“In realtà ho scelto questo nome – si giustifica il portavoce del sindaco – ben 5 anni fa, per l’esatto opposto: Rommel non eseguì gli ordini di fucilazione di un gruppo di ebrei, ordini che arrivarono dal Fürher in persona. Il feldmaresciallo Rommel addirittura, organizzò un attentato allo stesso Hitler anche secondo Danny Orbach, israeliano che scrisse il testo “Uccidere Hitler” proprio sulla cospirazione anti-nazista”.

Lecci cita anche una testimonianza della moglie di Rommel, Lucia Mollin che si espresse esattamente così: «Credeva, fino al 1942, anche in Hitler […]. Poi, in Francia, incontrò un generale, che gli parlò delle stragi degli ebrei; il generale le aveva viste proprio con i suoi occhi, ma noi, anche se pare impossibile, non ne sapevamo nulla. Mio marito capì che era finita, e lo disse anche a Hitler; capì che Hitler era un pazzo furioso. […] Chi ci perdonerà, pensava, per le nostre colpe, le nostre vergogne?”.

Quanto al nome, infine, “Rommel per me significa ribellione, perché è facile combattere quando si è nella fazione opposta, molto più difficile, invece, opporsi al nemico dall’interno, soprattutto quando si gode della massima stima del dittatore più temuto della storia contemporanea. Come sappiamo, spero tutti, Rommel fu costretto al suicidio per evitare che le ripercussioni dell’attentato incombessero sulla sua famiglia”.

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