Ecco i boss che potranno chiedere permessi premio

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Mafiosi, terroristi, sequestratori e trafficanti di essere umani. Sono migliaia i detenuti che potrebbero usufruire di permessi premio e altri benefici, dopo la pronuncia di ieri della Corte costituzionale, sull’ergastolo ostativo.

La lista comprende, oltre ai più di mille reclusi condannati al carcere duro, anche quelli condannati a pene più brevi, non perpetue, ma che fino ad ora erano esclusi dai benefici concessi a chi collabora con i magistrati.

Tra coloro che potranno appellarsi alla sentenza della Corte ci sono tutti i principali boss mafiosi, che hanno preferito il carcere duro, piuttosto che aprire bocca davanti alle cariche dello Stato. Si tratta di Leoluca Bagarella, Giovanni Riina (figlio di Totò), i fratelli Graviano, Francesco Schiavone, Michele Zagaria e tanti altri capi di cosche mafiose che sono accusati dei reati più terribili, dagli omicidi alle stragi. Nella lista ci sono anche i neo-brigatisti rossi, come Nadia Lioce e Roberto Morandi.

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La sentenza di ieri ha aperto uno spiraglio nel muro che isolava gli ergastolani dal resto del mondo e anche dal resto del carcere. Infatti, la Corte ha dichiarato l’incostituzionalità tra mancata collaborazione e impossibilità di usufruire dei permessi premio, ma non ha stabilito quali benefici debbano essere concessi, a seguito di un’eventuale domanda. I giudici, inoltre, hanno introdotto delle condizioni, molto difficili da applicare ai boss e agli stragisti, per poter concedere vari benefici.

La regola che prevede il carcere duro per chi non collabora con lo Stato serviva a incentivare i “pentimenti” dei criminali, utili a combattere le associazioni mafiosi e a far luce sui più terribili fatti di sangue. Inoltre, era stata inserita per impedite ai boss di tornare a prendere in mano i clan che avevano creato e guidato per anni. Si tratta di una misura eccezionale, applicata a una situazione eccezionale: combattere la mafia che, per come è organizzata e radicata, è unica in tutto il mondo. In Consulta, però, ha prevalso l’idea che la mancata collaborazione coi magistrati non può essere l’unico parametro per stabilire il tipo di pena.

Così, da adesso in poi, i giudici dovranno valutare la capacità di risocializzazione del detenuto, come ricorda il Corriere della Sera. L’abolizione del carcere duro potrà essere applicata solamente se vengono provate tre condizioni: la partecipazione al percorso rieducativo, l’esclusione della partecipazione ad associazioni criminali e la mancanza del pericolo di ripristinare collegamenti criminali, in caso di un’uscita dal carcere.

il giornale.it

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