Anarchici ferirono gli agenti. Ma per il giudice tutti assolti

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Più della ferita provocata da una scheggia che gli si era conficcata nella gamba, aveva detto, «brucia l’idea che qualcuno di noi prima o poi possa rimetterci la vita per gente che si dichiara antifascista o per chiunque altro fa della violenza la sua bandiera».

Oggi, a oltre un anno da quelle violenze di piazza, per Luca Cellamare, poliziotto del reparto mobile di Torino, e per gli altri colleghi feriti, più del ricordo del dolore bruciano le assoluzioni disposte nei confronti degli imputati per quei fatti.

Era il 22 febbraio 2018: in risposta a un comizio del leader di Casapound in città viene convocato un corteo antifascista. I centri sociali in testa al serpentone – in piazza anche Flavia Lavinia Cassaro, la maestra ripresa mentre insultava i poliziotti e per questo licenziata – tentano di forzare il blocco delle forze dell’ordine: da qui una pioggia di petardi, bottiglie, pietre. Sei agenti rimangono feriti, tra cui Cellamare, che nonostante la gamba sanguinante continua a fare il suo lavoro e a respingere i manifestanti. Oggi dei sei imputati andati a processo, cinque sono stati assolti per non aver commesso il fatto. La procura aveva chiesto per loro condanne superiori ai tre anni per resistenza, lesioni e uso di artifici pirotecnici. L’unico condannato a un anno di carcere è un brasiliano visto mentre lanciava bottiglie verso la polizia. Per tutti gli altri, gli elementi di prova non sono stati considerati sufficienti.

La questura all’indomani degli scontri aveva ipotizzato il confezionamento di ordigni artigianali per alimentare la tensione. Ma «del lancio di bombe carta di questo tipo non c’è traccia negli atti processuali – ha detto l’avvocato difensore – Gli episodi furono ingigantiti dai media». Non solo, il legale ha anche presentato richieste di risarcimento alle forze dell’ordine per aver divulgato filmati di alcuni arresti, considerati lesivi dell’immagine degli imputati assolti.

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Nel sindacato di polizia di cui fa parte Cellamare, il Sap, si respira sconforto. «È una sentenza che, ovviamente, lascia sbalorditi – spiega Antonio Perna, segretario provinciale del Sap -. Negare l’evidenza, dicendo che non vi sia traccia negli atti processuali del lancio della bomba carta e del ferimento del collega, significa sminuire il ruolo e il valore dei poliziotti. Significa legittimare chi non esita ad armarsi e ad attaccare i poliziotti, colpevoli di far rispettare le leggi e la democrazia. Il nostro collega è stato ferito ad un fianco per puro caso, non si può non ragionare su cosa sarebbe accaduto se fosse stato colpito in una zona vitale».

Una sentenza che brucia anche perché arriva dopo una sfilza di altri provvedimenti simili seguiti a violenti scontri di piazza: «Le manifestazioni di piazza sono ormai una zona franca. Il senso di impunità di questi soggetti si sposa con gli ammiccamenti di alcuni personaggi che invece di prendere le distanze offrono una copertura ideologica. Giustificare chi manifesta a volto coperto, impugnando bottiglie e lanciando bombe, riporta agli anni ’70 e al terrorismo». Il riferimento è anche ad alcuni esponenti locali del M5s che recentemente hanno criticato le modalità dello sgombero del centro sociale Asilo, a seguito del quale gli anarchici avevano scatenato la guerriglia in città.


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