Il governo è costato alla Borsa 100 miliardi di euro in 6 mesi

A ciascuno il suo. Per piegare la Borsa di Francoforte nel 2018 (-18,3%) ci sono voluti gli scandali che hanno colpito Bayer e Volkswagen, la guerra a colpi di dazi tra Usa e Cina nefasta per le major dell’auto e lo stato comatoso di Deutsche Bank.

Per mettere in ginocchio Piazza Affari, scesa del 15,8%, è stato sufficiente il governo targato Lega-M5s. Ovvero, quello del cambiamento. Di sicuro, un cambiamento c’è stato, netto e radicale: l’umore della Borsa, essendo prevalente il peso specifico delle scelte dell’esecutivo (soprattutto in materia di legge di bilancio) sulle varie criticità sparse per il mondo (duello Trump-Fed sui tassi, Brexit, il tirare i remi in barca della Bce, la trade war e le difficoltà dei Paesi emergenti) e perfino sugli eventi negativi che hanno colpito la galassia Agnelli (morte di Sergio Marchionne) e il gruppo Atlantia (crollo del ponte di Genova).

Soffiare sul fuoco dell’incertezza, come magistralmente fatto dalla compagine giallo-verde nell’infinito braccio di ferro con Bruxelles sulla manovra, non giova mai alla salute dei mercati. Anzi, c’è sempre un conto da pagare. In genere salato. Perdere oltre 100 miliardi di capitalizzazione, inchiodata ora a 543 miliardi (-15,7% la perdita sul 2017) suona infatti già male. Fa tanto Piazzetta Affari. Ma il punto è un altro, e sta nel valore complessivo della Borsa tricolore sceso al 33,5% del Pil (dal 37,8%). Il che si traduce in un impoverimento non solo degli azionisti (perdita di ricchezza indotta dal calo dei titoli e dai minori – o nulli – dividendi), ma dell’intero Paese.

Ma nel consueto tirare le somme, a fine anno, di Borsa Italiana ciò che colpisce è la netta bipolarità del nostro mercato azionario: spumeggiante fino al 7 maggio, quando l’indice Ftse Mib tocca i massimi e riacciuffa i 24.500 punti dopo quasi 10 anni di faticosa risalita a causa della crisi, e da lì in poi in inarrestabile discesa. Il tesoretto accumulato in appena quattro mesi viene dilapidato dalle vendite innescate subito dalla laboriosa gestazione dell’esecutivo con il pasticcio sulla nomina di Paolo Savona all’Economia, poi dalla prima bozza del contratto di governo, mentre lo spread comincia a surriscaldarsi e le quotazioni delle banche vacillano. È un effetto domino che si estende all’intero listino e che ne accentua le debolezze. Su tutte, una: la crescente tendenza al nanismo. Sempre meno i grandi gruppi quotati (un fenomeno legato al passaggio in mani straniere di buona parte della nostra industria manifatturiera), sempre di più le new entry di realtà minori. Qualcuna addirittura lillipuziana, tipo Circle (portuale e logistica), approdata alle quotazioni con un capitale sociale di 7,68 milioni. Ma, al di là delle dimensioni, il problema è anche che i debutti restano pochi: appena 38, di cui appena quattro sul mercato principale. Non solo. Se lo scorso anno le matricole avevano raccolto quattro miliardi, quest’anno l’incasso non ha superato i due miliardi. Un dimezzamento causato proprio dalle incerte condizioni del mercato che hanno costretto le imprese a quotarsi a condizioni meno favorevoli. Oppure, come ha fatto Manifatture Sigaro Toscano, a rinunciare alla quotazione.

Così, a fine dicembre Piazza Affari può contare su 357 società quotate contro le 339 di un anno fa, di cui 242 sull’Mta, il mercato principale. Di queste, ben poche possono sorridere. Per buona parte del listino è stato un annus horribilis, con perdite per il settore bancario del 31,34%. Il 2019 si apre sotto il segno delle incognite legate ai primi spifferi di recessione che soffiano a livello globale. Non sarà la manovra giallo-verde a preservare l’Italia da una possibile contrazione del Pil. Che a Piazza Affari risulterebbe ancora più indigesta di questo già pesante 2018.

il giornale.it


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