La minaccia dei mercati: se si sfora il 2% sarà la fine

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I banchieri lanciano l’allarme: per tranquillizzare i mercati non basta «non sforare» e neppure «sfiorare» in manovra il tetto limite del rapporto deficit-Pil 3%, come da regolamentazione dell’Eurozona.

Con un disavanzo superiore al 2,1% il rischio è quello di vedere lo spread volare a 400 punti base con tutte le conseguenze del caso. Compreso l’arrivo della troika e un’ondata di aumenti di capitale da parte di banche e assicurazioni, che con la crescita dello spread non rispetterebbero i requisiti patrimoniali previsti dalla normativa europea. A sostenerlo è Luigi Belluti, presidente di Assiom Forex, l’associazione degli operatori finanziari che, in un incontro svoltosi ieri a Milano, precisa: «Con un rapporto deficit-Pil dal 2,3% in su, arriveremmo a un differenziale tra Btp e Bund pari a 300 punti, che poi sbanderebbe direttamente a 400. E questo sarebbe l’inizio della fine».

Il manager ha messo ben in chiaro che il governo non può permettersi di sfidare Bruxelles. «Con un rapporto deficit-Pil all’1,9% l’Italia non dovrebbe neppure rischiare il declassamento da parte delle agenzie di rating – prevede Belluti -. Un simile livello infatti indica la disponibilità dell’esecutivo di tagliare l’ingente debito dello Stato. La bocciatura da parte delle agenzie di rating sarebbe invece assicurata con un rapporto deficit-Pil al 2/2,1%. Oltre, dal 2,3% in poi, sarebbe distruptive, una catastrofe».

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Nonostante queste premesse, a margine della presentazione del prossimo congresso annuale di Assiom Forex (a Roma l’1 e il 2 febbraio), Belluti ritiene che alla fine il governo si piegherà alle esigenze di Bruxelles e non andrà oltre un rapporto disavanzo-Pil dell’1,9 per cento. «Si troverà un compromesso. Verrà fuori una manovra con tutte e tre i pilastri richiesti da M5s e Lega (flat tax, reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni, ndr) con importi accettabili per restare entro il 2 per cento. Solo così l’esecutivo di Giuseppe Conte potrà arrivare incolume alle elezioni europee di maggio» sostiene il manager. Che poi avvisa: «La volatilità sui mercati tuttavia rimarrà elevata, almeno fino alla definitiva approvazione della finanziaria». In questo caso, e alla luce delle prospettive di crescita futura, «sulle quali sono fiducioso», «credo che nei prossimi mesi lo spread possa scendere sotto i 200 punti, intorno a quota 160/180», un valore che non ci porterebbe «fuori dal guado ma ci consentirebbe di respirare», ha spiegato Belluti. Secondo cui sarà in ogni caso «una finanziaria che punta sulla crescita e sugli investimenti». Solo così si potrà iniziare a cambiare la percezione del Paese oltre confine che, al momento, non è delle migliori e ci costa anche in termini di gradimento e lavoro. «Quale banca globale si prenderebbe la responsabilità di spostare il suo baricentro in un Paese che vive sempre borderline? Qual è il valore aggiunto che possiamo offrire oltre al cibo, al clima e alla moda?», osserva Belluti.

Il responso sul perimetro entro cui si muoverà il Def è atteso stasera. Sul mercato la tensione è palpabile. Lo dimostra, a giudizio dell’esperto, anche il numero crescente di fondi stranieri che iniziano a informarsi sulla capacità delle banche italiane di assorbire ulteriormente il debito pubblico tricolore. «Stanno, per così dire, prendendo le misure del Paese», commenta Belluti. Per poi concludere: «Più nello specifico, per quanto mi riguarda, ritengo che le nostre banche possano acquistare debito pubblico italiano per altri 50 miliardi di euro, più dei 30 miliardi di differenza tra l’attuale livello di Btp in pancia ai gruppi finanziari italiani e il picco storico».

IL GIORNALE.IT

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