Angelino Alfano cambia vita: torna a fare l’avvocato a Milano

Laureato in giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore, dottore di ricerca in diritto dell’ impresa, avvocato abilitatosi ad appena 25 anni (1996), giornalista pubblicista a 18 anni, segretario provinciale del movimento giovanile Democrazia Cristiana di Agrigento, consigliere regionale siciliano, deputato della Repubblica ad appena 30 anni, rieletto nel 2006 e nel 2008, anno in cui viene nominato guardasigilli a soli 37 anni, conquistandosi il primato di più giovane ministro della storia repubblicana, battuto due mesi fa solo da Luigi di Maio, 32 anni, titolare del dicastero del Lavoro e dello Sviluppo Economico, senza titoli e senza esperienza. Il curriculum vitae di Angelino Alfano, ministro più longevo dal dopoguerra ad oggi, è un susseguirsi di successi e di record.

Senza trucchi e senza inganni. Alfano ha attraversato lustri di rivoluzioni, metamorfosi e crisi politiche, economiche e sociali, restando sempre inaffondabile, tanto che molti hanno iniziato a sospettare che fosse un alieno, un ibrido geneticamente modificato per governare un giorno il pianeta.

TUTTA INVIDIA – Come tutti coloro che vincono senza troppa fatica Angelino stava sulle palle a molti, ossia a quanti avrebbero voluto essere al suo posto, pronti a brindare davanti ad una sua sconfitta. Ma questa soddisfazione Alfano non l’ ha concessa ai suoi nemici. E così, un pomeriggio di autunno, mentre se ne stava seduto alla sua scrivania, oberato da impegni, scadenze, appuntamenti internazionali, si è reso conto che dopo una vita intera trascorsa all’ interno dei palazzi del potere era giunta l’ ora di fare un passo indietro, di ritirarsi, di eclissarsi, di sparire dalla scena politica. Quindi non si sarebbe candidato alle successive elezioni, quelle del marzo 2018. In quel mentre alcune lacrime devono essere scese dagli occhi del ministro eterno, mentre una carrellata di ricordi gli scorreva nella mente come la pellicola di un film muto. Solo un gentiluomo è capace di riconoscere il momento in cui diventa opportuno congedarsi.

Il potere è padrone. Esso innamora, strega, avvinghia, avviluppa, incatena chi lo detiene e lo esercita, trasformandolo in schiavo. Basta maneggiarlo un po’, per restarne sedotti ed essere pronti a tutto pur di non restarne privi. Ed in questi anni ne abbiamo visti di politici ubriacati dal loro ruolo, dipendenti dal tappeto rosso, dalla poltrona, dal riguardo e dalla deferenza, come se il ruolo fosse una droga che procura gravi crisi di astinenza qualora venga a mancare.

Matteo Renzi ed Elena Boschi, ad esempio, i quali avevano dichiarato pubblicamente che avrebbero lasciato la politica se fosse stata bocciata dagli italiani la riforma costituzionale, poi sono rimasti, imponendosi al popolo che ha iniziato per questo a non digerirli: il primo non ha mollato la guida di un partito che ha progressivamente distrutto proprio a causa della sua ostinazione; la seconda fu addirittura promossa sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio. Per non parlare di Silvio Berlusconi, a cui non mancherebbe nulla per condurre un’ esistenza lieta e prospera, ma che pure seguita a non uscire dall’ agone politico se non da tragico sconfitto. Ritirarsi è perire, ammettere di non avere vinto e di non brillare più come una volta.

PASSO INDIETRO – Alfano è differente. Non compie queste cadute di stile. Per lui, buon siciliano, essere “onorevole” non ha senso se non si è anche “onorabili”, non va in brodo di giuggiole quando gli si fa l’ inchino, non si crogiola sulla sua autorità; intuendo che è in corso un cambiamento che favorisce determinate forze politiche, non concede neanche agli elettori la soddisfazione di mandarlo a casa, decide di aprire la porta da solo e andare via, come Rhett Butler in “Via col vento”, lasciando agli italiani, che hanno bisogno di perdere qualcosa per comprenderne fino in fondo il valore, un sentimento di nostalgia. Ecco realizzato l’ obiettivo di Angelino, che ne ha messa a segno un’ altra delle sue: non si fa sopportare, si fa rimpiangere.
Del resto, persino Totò Riina lo definì «una canaglia», poiché Alfano inasprì il carcere di massima sicurezza per i condannati appartenenti alla criminalità organizzata, e forse ci aveva visto giusto il capomafia. Dopo essere stato segretario del Popolo delle Libertà, vice-presidente del Consiglio dei ministri del governo Letta, fondatore del partito Nuovo Centrodestra, ministro dell’ Interno del governo Renzi, ministro degli Esteri del governo Gentiloni fino al primo giugno 2018, Angelino Alfano è tornato ad esercitare la professione di avvocato, dimostrando che a volte andare avanti equivale a tornare indietro.

CONTROCORRENTE – Alfano non sente affatto di essere retrocesso passando dall’ essere ministro della Giustizia, quale fu un tempo, a legale. Egli si è saputo reinventare ed è stato in grado di ricominciare una vita nuova intraprendendo un fresco percorso professionale, nonostante non sia più un ragazzo. In un’ epoca in cui chi non è capace di fare nulla tenta la carriera politica, truccando persino il curriculum, Angelino ha dimostrato di essere capace di fare tutto e di poter quindi scegliere di cosa occuparsi.

Il foro di Milano si è arricchito di un professionista di collaudata esperienza, che la macchina della Giustizia l’ ha vista dall’ interno, studiata, maneggiata, arrivando a conoscerne ogni ingranaggio ed ogni debolezza.
Berlusconi diceva che Alfano, una volta suo fidato ed insostituibile delfino, non avesse il «quid». A noi sembra, invece, che al ministro più longevo della storia non manchi proprio nulla per rimanere un leader, almeno di se stesso.

 

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