Paolo Savona, archiviata l’inchiesta su usura bancaria per “infondatezza del reato”

Arriva un momento in cui passati, negli anni, via via, la sorpresa, lo spiazzamento, l’ira e lo sdegno, a parlare dell’inaffondabilità di Pierferdinando Casini subentra quasi un’innaturale forma d’ammirazione.

Ci dev’esser un motivo, un arabesco di strategia, un allineamento astrale, o la solita botta di culo, se Pierferdy ha ottenuto, con voto bipartisan, pure di Lega e grillini, la presidenza dell’Interparlamentare italiana, ossia «l’organismo bicamerale che aderisce all’organizzazione mondiali del Parlamenti»: praticamente sarà l’ambasciatore di Palazzo Madama e Montecitorio nel mondo. Quindi ancora viaggi, feste, strette di mano, incontri galanti, dotte disquisizioni sui sistemi democratici, sotto l’ombrello dell’ennesimo incarico ufficiale. Prima dell’Interparlamentare, quando l’avevano dato ancora una volta per morto, l’uomo s’era fatto piazzare a capo dell’inutile Commissione bicamenrale sulla vigilanza banche. E questo gli aveva assicurato un solido seggio a Bologna. Per il Pd. Proprio lui. Lui, democristiano di lunga gittata, allievo di Bisaglia e di Forlani e cofondatore del centrodestra a trazione berlusconiana, s’era messo, nel febbraio scorso, ad arringare la folla rossa dei suoi nuovi elettori. Scuoteva il turibolo nelle ex sezioni Pci mentre sullo sfondo si stagliavano le foto di Togliatti, Gramsci, Amendola e Matteotti. Vinse, colto da irresistibile renzismo, anzi sbaragliò gli avversari, 5 Stelle compresi. E si rimaterializzò a Montecitoria, come se un sortilegio non lo potesse allontare da quei luoghi.

LA TRANSUMANZA
Perché Casini, classe ’55, è in Parlamento dall’83, da quando io facevo le medie. Ha 63 anni e ne ha consumato più di 35 in Parlamento, più di la metà della sua vita. Il suo far parte delle mura è diventato una forma d’arte. Per non dire di Dc, Ccd, Udc; e di Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni: la sua transumanza tra casacche e partiti, e quel suo errabondare alla ricerca di poltrone, incarichi e strapuntini richiama un’epica biblica. Non so davvero come Pierferdy faccia. Bravo, però.

Inutile, qui, stare a ripercorrerne la vita volutamente sotto la cresta dell’onda, in un mix incredibile tra Johnny Hallyday ed Arnaldo Forlani. La sua frase: «Sono cresciuto con Forlani. Potrei parlare per ore senza dire niente…» mi ossessiona fin da ragazzino: era un mantra tra i parlamentari veneti degli anni 90. Voleva dire, letto in transluce: nulla può fermarmi.

Casini è l’ermeneuta della politica prensile. Francecso Merlo lo descrive come un «Tarzan fuori moda, da una liana politica all’altra, sempre pronto ad abbandonare l’ultimo dei suoi sfortunati Forlani, che fu il suo maestro, per aggrapparsi a un nuovo padrinato da spolpare». Ed è un ritratto amorevole. Nonostante la presidenza della Camera, la più alta carica raggiunta, in Casini ha sempre prevalso l’istinto dello stratega in ombra. Credo che il suo capolavoro l’abbia raggiunto alle Regionali 2010 (28 e 29 marzo). Lì Casini praticò la cosiddetta politica dei due forni in un modo selvaggiamente spudorato, un capolavoro di abbracci postideologici ed alleanze strategiche.

I DUE FORNI
Nel Lazio appoggiò la destra, in Piemonte la sinistra, in Lombardia andò solo, in Sicilia di nuovo con la destra. E così via, disseminando di suoi militi ignoti per tutta la Penisola. Il tutto per centrare il solito obiettivo, il principale della sua attività politica. La cadrega. I candidati delle coalizoni a cui aveva aderito vinsero in sei regioni, tre col Pd e tre col Pdl. A chi l’accusa di trasformismo Casini risponde sempre che non è esatto, che lui sta fermo sempre sulle stesse posizioni e che è il resto del mondo che si sposta. Certo, l’ultima sua uscita, «accogliere gli immigrati è un’esigenza» parrebbe in aperto contrasto con il suo vecchio invito: «Spariamo agli scafisti».

Ma se sta sempre lì e non muore neanche se l’ammazzano, significa che ha ragione lui…

 

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