“In ginocchio dalla Merkel”. Tajani contro Conte, volano parole grossissime: è bagarre

Certe giornate in Parlamento iniziano “normali”, con l’aria pesante delle grandi crisi internazionali. Poi basta una frase, una battuta al veleno, un vecchio soprannome tirato fuori nel momento giusto e l’atmosfera cambia di colpo. Voci che si alzano, brusii, proteste. E all’improvviso non si capisce più chi stia parlando e chi stia urlando.
Succede durante l’informativa sulla crisi in Iran davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. In aula ci sono i ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani, chiamati a riferire in un contesto già tesissimo. Ma il punto è che, mentre fuori il mondo trema, dentro si accende una miccia politica che diventa subito personale.

La scintilla: “Il Tricolore dove lo avete dimenticato?”
A far saltare i nervi è Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle incalza con una domanda che suona come una provocazione, ma anche come un’accusa: “Il Tricolore dove lo avete dimenticato?”. Un modo per mettere nel mirino la linea del governo e, soprattutto, il rapporto con gli Stati Uniti.
È lì che Tajani si irrigidisce. E quando replica, sceglie di colpire dove sa che fa male: non solo la politica estera, ma la reputazione, la memoria collettiva, quel dettaglio diventato virale anni fa e rimasto appiccicato addosso come un’etichetta.

La stilettata di Tajani: “A me Trump non mi ha mai chiamato Toni…”
La frase arriva secca, davanti a tutti: “Quanto al Tricolore, onorevole Conte, a me Trump non mi ha mai chiamato Toni, a lei la chiamava Giuseppi, quindi un rapporto particolare ce lo aveva lei…”. Un colpo basso, chiaramente studiato per far esplodere la reazione. E infatti esplode.
Dai banchi dell’opposizione partono proteste, rumori, richiami. Conte non ci sta e alza la voce. È un attimo: la discussione sull’Iran diventa un ring, e quel ring comincia a traballare.
“Vergogna” in faccia al ministro: aula incandescente
Conte grida «vergogna», mentre attorno si alza un coro confuso. Il clima si surriscalda, i richiami all’ordine faticano a farsi spazio. Tajani, invece, non arretra: “Io non mi vergogno di niente, di cosa mi devo vergognare? Me lo venga a dire…”.
A quel punto, come spesso succede nei botta e risposta più velenosi, si torna a pescare nel passato. E spunta anche il tema del cappellino Maga, con cui Tajani era stato fotografato tempo fa. Un dettaglio che, in politica, diventa subito simbolo.
Il cappellino Maga e la frecciata su Merkel: nuove urla, nuovi applausi
Dai 5 Stelle viene ricordato l’episodio. Tajani replica: “Il cappellino era un regalo, ma io non sono mai andato in ginocchio da Merkel, ci è andato lei sottobanco…”. La frase divide l’aula: nuove proteste dalle opposizioni, applausi dai banchi della maggioranza.
E mentre l’atmosfera si fa sempre più pesante, Tajani affonda ancora: “Perché è così nervoso? Io capisco le difficoltà… la verità fa molto male…”. Parole che alimentano altro rumore, altre interruzioni, altra tensione.
Interviene Stefania Craxi: “Si torna all’ordine” (più o meno)
Dopo alcuni minuti entra in scena la presidente della Commissione, Stefania Craxi. È lei a provare a rimettere in carreggiata la seduta e a riportare la discussione su binari istituzionali. Non è semplice, perché la miccia ormai ha bruciato parecchio.
A quel punto Tajani sente il bisogno di chiarire un passaggio contestato dalle opposizioni, legato alla sicurezza dei militari italiani nelle aree a rischio: “Non ho mai parlato di soldati italiani che si sono nascosti, è il contrario del mio modo di pensare. Non l’ho mai detto, è falso. Ho detto che erano al sicuro”.
Secondo round: “Non è personale”, ma poi riparte tutto
Finita? Neanche per idea. Poco dopo arriva il secondo round. Conte prova a riportare la questione su un piano politico: “Non è mai una questione personale”. Ma la sua stoccata è altrettanto tagliente: “Non vi chiamano proprio, vi chiamano solo per firmare accordi insostenibili e per darvi un cappellino in mano”.
Tajani risponde richiamando l’accordo sulla Via della Seta con la Cina, riaprendo la battaglia sulle scelte di ieri e di oggi della politica estera italiana. E mentre la crisi internazionale resta sullo sfondo, in aula resta soprattutto l’eco di quel soprannome, di quel “Giuseppi” che ha trasformato un’informativa in un caso politico.




