Crans Montana, la sopravvissuta Roze: “Rivivo quelle scene. I Moretti devono pagare”

Rozerin Özkaytan è tornata a casa dopo tre settimane di coma trascorse in un ospedale del Belgio, ma la normalità resta lontana. Ha diciotto anni e il suo corpo porta ancora i segni dell’incendio al Constellation della notte di Capodanno. Le mani sono protette da guanti che non potrà togliere per molto tempo, il volto è segnato dalle cicatrici e i capelli, un tempo lunghi, sono stati rasati. Le notti sono le più difficili: gli incubi non le danno tregua e solo la presenza costante del padre Huseyin riesce a placare la paura. È dalla sua cameretta, al quinto piano di un palazzo vicino Losanna, che Roze racconta la sua esperienza in una intervista a Repubblica.
«Quello che è successo non deve essere dimenticato»
Rozerin lo ripete con determinazione: «Quello che è successo non deve essere dimenticato». Non è solo la sua storia a dover restare nella memoria collettiva, ma quanto accaduto all’interno del locale. «Non voglio che venga dimenticato cos’è successo al Constellation», sottolinea.
Quella notte si trovava lì per lavoro. «Ero lì per lavoro, sono una community manager», spiega. Si occupa di contenuti per i social e stava realizzando foto e video per Instagram. Era uno dei tanti incarichi già svolti in quel periodo.

I minuti prima del rogo
Il racconto si fa più nitido quando Roze ripercorre gli istanti che precedono l’incendio. «Ero lì quindici minuti prima del rogo», racconta. Scende di un piano per girare un video e poi, voltandosi, nota qualcosa che non va. «Ho visto un piccolo incendio sul tetto».
Tenta di avvisare gli altri: «Ho cercato di urlare: “Dobbiamo andare via!”». Ma nessuno reagisce. «Non avevano visto le fiamme e non mi hanno creduto». Poco dopo la situazione precipita: la fuga, la confusione, le persone che cadono. «Poi tutti hanno cominciato a scappare e iniziavano a cadere. Sono caduta anch’io».
La fuga e le ustioni
La salvezza arriva per caso. «Ho visto una specie di finestra e sono uscita da lì», ricorda. All’esterno chiede aiuto e cerca di limitare i danni. «Sono corsa verso una macchina e ho chiesto di chiamare le ambulanze». La lucidità le fa capire subito la gravità delle ferite: «Ho trovato un posto dove mettere le mani nell’acqua perché sapevo che erano ustionate. Anche la mia faccia era bruciata».
La gamba, invece, è stata danneggiata durante la fuga. «Penso che qualcuno l’abbia calpestata», spiega. Un intervento chirurgico è previsto nei prossimi giorni.
«Sono arrabbiata, voglio giustizia»
Nelle sue parole emerge una rabbia che oggi è diventata richiesta di verità. «Con i Moretti sono arrabbiata», dice senza esitazioni. Secondo Roze, chi gestisce un locale frequentato da tanti giovani ha responsabilità precise. «Quando sai che ci sono molti ragazzi nel tuo locale devi dire allo staff cosa fare in caso di problema».
La giovane insiste su ciò che, a suo giudizio, è mancato: «Non hanno spiegato dov’erano le uscite di emergenza, come aprirle». E aggiunge: «Mi chiedo se tutte quelle persone potevano ancora essere vive».
Oggi non cerca più colpe in se stessa. «Prima ero arrabbiata con me stessa, ma ora voglio solo giustizia», afferma. Per lei e per le altre vittime.
Le ferite invisibili e il futuro
Le ustioni la costringeranno a lunghe precauzioni. «Non potrò stare al sole per almeno due anni», spiega. Ma il dolore più grande resta quello emotivo. «Ho gli incubi. Rivedo il fuoco, la gente che urla». Anche i farmaci non bastano: «Guardo se c’è mio padre o no, perché non riesco a stare da sola di notte».
Nonostante tutto, Rozerin non rinuncia ai suoi sogni. «Il mio sogno, fin da bambina, è quello di fare il medico», conclude. La neurologia resta l’obiettivo, come segno di un futuro che prova a farsi spazio oltre una notte che, per sua stessa volontà, non deve essere dimenticata.




