“I nemici di Dio vanno impiccati”. Così Erfan, giovane leader della protesta in Iran, rischia la pena di morte

La repressione delle proteste in Iran entra in una fase ancora più drammatica, con la minaccia esplicita della pena di morte contro manifestanti e oppositori. A rischiare l’esecuzione imminente è Erfan Soltani, 26 anni, arrestato durante le recenti manifestazioni contro il regime.
Le attuali tensioni affondano le radici nelle proteste scoppiate nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, deceduta in detenzione dopo essere stata arrestata dalla polizia morale per non aver indossato correttamente il velo. Da allora, il movimento “Donna, vita, libertà” ha continuato a rappresentare un punto di riferimento per la contestazione del potere.
Tra le vittime di quella stagione di proteste figura anche Nima Shafei, ucciso dalle forze governative. Sua sorella Mahsa Shafei, oggi 24enne e originaria di Yasuj, nel nord del Paese, è stata arrestata lo scorso 7 gennaio ed è una delle oltre 10mila persone fermate nelle ultime settimane durante le manifestazioni ancora in corso contro il governo guidato dall’ayatollah Ali Khamenei.
L’accusa di “nemico di Dio” e il rischio della forca
Secondo l’ong Hengaw, Mahsa Shafei rischia la pena di morte, come molti altri arrestati, anche a causa del blackout delle comunicazioni che rende impossibile conoscere con precisione il numero dei fermati e le loro condizioni.
Il quadro si è aggravato dopo le parole pronunciate in televisione dal procuratore generale Mohammad Movahedi Azad: «Chiunque partecipi alle proteste sarà considerato mohareb, un nemico di Dio», un reato che, nel sistema giudiziario iraniano, è punibile con l’impiccagione. L’accusa riguarda anche chi avrebbe semplicemente “aiutato i rivoltosi”.
Secondo Human Rights Activists News Agency (Hrana), dal 28 dicembre sono state arrestate oltre 10.600 persone. Per alcuni di loro, l’esecuzione potrebbe avvenire in tempi rapidissimi: gruppi vicini alle Guardie della Rivoluzione parlano di processi accelerati e di impiccagioni previste subito dopo la preghiera del Fajr.
Il caso di Erfan Soltani
A confermare che le minacce del regime non sono solo propaganda è ancora Hengaw, che ha lanciato un allarme imminente per Erfan Soltani, 26 anni, originario di Fardis. Secondo l’organizzazione, l’esecuzione sarebbe prevista per il 14 gennaio e rappresenterebbe la prima condanna a morte eseguita per reprimere le nuove proteste nazionali.
Le autorità avrebbero già informato la famiglia del giovane che potrà incontrarlo per un ultimo saluto poco prima dell’esecuzione. Un elemento che rafforza i timori di una decisione ormai imminente.
Denunce internazionali e appelli politici
«Il brevissimo lasso di tempo tra arresto, condanna a morte ed esecuzione costituisce una grave violazione del diritto a un giusto processo», denuncia Hengaw, sottolineando come questi elementi possano diventare prove per future indagini su crimini internazionali. Secondo la stessa ong, nel 2025 in Iran sarebbero già state eseguite 1.858 condanne a morte. Sul caso è intervenuto anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani, lanciando un appello affinché la pena di morte non venga usata come strumento di repressione contro giovani e donne.
A ribadire la gravità della situazione è Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dell’ong Iran Human Rights:
«Le minacce di condanne a morte per accuse come il moharebeh devono essere prese molto sul serio. Gli attuali detentori del potere sono gli stessi che negli anni Ottanta commisero crimini contro l’umanità giustiziando migliaia di prigionieri politici. Il rischio che questi crimini si ripetano è reale».




