Garlasco, la nuova perizia della famiglia Poggi: “Chiara aggredita in cucina, Alberto Stasi era lì”

A distanza di anni, il delitto di Garlasco torna al centro dell’attenzione giudiziaria e mediatica con un elemento che potrebbe rafforzare in modo decisivo la responsabilità di Alberto Stasi, già condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio di Chiara Poggi. Una nuova lettura degli atti, promossa dai consulenti della famiglia della vittima, introduce infatti un dettaglio rimasto per lungo tempo ai margini dell’inchiesta e ora ritenuto cruciale per la ricostruzione della dinamica del delitto.
Secondo questa nuova analisi, l’aggressione non sarebbe iniziata sull’ingresso della villetta di via Pascoli, come ipotizzato nelle precedenti sentenze, ma all’interno della cucina, luogo che assumerebbe così un ruolo centrale nella scena del crimine. Una ricostruzione che, se confermata, consoliderebbe ulteriormente il quadro accusatorio già definito nei confronti di Stasi.
Il dna e la scena del delitto
Il fulcro di questa nuova ricostruzione è rappresentato da un reperto per anni trascurato: la spazzatura dell’ultima colazione consumata da Chiara Poggi. Nel corso di un incidente probatorio collegato alle più recenti verifiche investigative, è emersa la presenza del Dna di Alberto Stasi sulla cannuccia di un bricco di Estathé rinvenuto nel cestino dei rifiuti.
Per i consulenti della famiglia Poggi, questo dato dimostrerebbe in modo inequivocabile la presenza di Stasi in casa in un arco temporale compatibile con l’omicidio. L’ipotesi è che l’incontro tra Chiara e il suo assassino sia avvenuto proprio in cucina, dando inizio lì a una violenza culminata poi con il trasferimento del corpo in altre zone dell’abitazione. Una sequenza che renderebbe ancora più coerente la condanna già pronunciata.
I legali della famiglia sottolineano come questo elemento, se valorizzato sin dall’inizio, avrebbe reso la motivazione della sentenza ancora più solida, escludendo ulteriormente piste alternative che nel tempo hanno alimentato dubbi e polemiche.

Media, polemiche e diffamazione
Mentre sul piano giudiziario si tenta di chiudere definitivamente il cerchio attorno alla figura di Stasi, il caso Poggi continua a vivere anche sul fronte mediatico. Proprio in queste ore è arrivata la condanna per diffamazione in primo grado nei confronti di due esponenti del programma televisivo “Le Iene”, ritenuti responsabili di aver leso l’onorabilità della famiglia Cappa, parenti di Chiara, con un servizio andato in onda nel 2022.
Una decisione che non ha però fermato la trasmissione dal rilanciare nuove indiscrezioni, riportando l’attenzione sui movimenti di alcuni familiari della vittima la mattina del 13 agosto 2007. Un terreno scivoloso, che rischia di riaprire ferite mai del tutto rimarginate e di sovrapporre il processo mediatico a quello giudiziario.

Le testimonianze e i vecchi sospetti
Nel corso dell’ultima puntata sono state presentate due nuove testimonianze: un uomo e una donna che affermano, separatamente, di aver visto Mariarosa Cappa e una delle figlie nei pressi di via Pascoli la mattina del delitto. Racconti che, seppur non verificati in sede giudiziaria, vengono accostati a una deposizione già nota: quella dell’operaio Marco Muschitta.
All’epoca, Muschitta riferì di aver notato una ragazza bionda in bicicletta allontanarsi dalla zona della villetta dei Poggi. La sua testimonianza fu però giudicata inattendibile dagli inquirenti e non trovò riscontri oggettivi. Oggi, questi nuovi racconti vengono presentati come possibili conferme, ma restano confinati nell’ambito mediatico.
In un caso che ha segnato profondamente la cronaca italiana, l’emergere del Dna sulla cannuccia riporta l’attenzione sui fatti accertati e sulla condanna definitiva di Alberto Stasi, mentre il rumore di fondo delle polemiche continua ad accompagnare una vicenda che, almeno sul piano giudiziario, sembrava già chiusa.




