“Ci stanno ammazzando tutti”. L’Iran affoga nel sangue, ospedali e obitori pieni: “Sparano dai tetti”

In Iran la rivolta popolare contro il regime teocratico di Khamenei ha raggiunto livelli di violenza e repressione senza precedenti. Le testimonianze che filtrano attraverso i blocchi delle comunicazioni parlano di una vera e propria carneficina orchestrata dalle autorità per soffocare il dissenso. Mentre i dati ufficiali si fermano a circa cinquecento vittime, le fonti sul campo e le organizzazioni per i diritti umani suggeriscono che il bilancio reale sia di migliaia di morti. La capitale, Teheran, appare come l’epicentro di un massacro dove gli ospedali sono al collasso e gli obitori non riescono più a gestire l’afflusso costante di cadaveri, ammucchiati in sacchi neri fin nei cortili e nelle aiuole delle strutture sanitarie.
Orrore negli obitori di Teheran
La narrazione si apre con immagini strazianti che arrivano direttamente dal centro di diagnostica forense di Kahrizak, un sobborgo della capitale. Testimoni oculari descrivono camion bianchi che scaricano pile di corpi chiusi in borse di plastica. Le famiglie sono costrette a compiere lo straziante riconoscimento dei propri cari camminando tra file interminabili di morti. Le scene descritte mostrano madri che svengono e padri che cercano disperatamente i figli tra centinaia di volti insanguinati. Particolarmente toccante è la descrizione di un ragazzo con una felpa gialla, accasciato sui resti di un proprio caro, simbolo di una generazione decimata dalla violenza dello Stato. Nonostante il regime cerchi di nascondere l’entità della strage, i video che circolano clandestinamente confermano che la situazione è drammatica in ogni angolo del Paese.
Strategie di repressione militare
I manifestanti denunciano l’uso di tattiche di guerra urbana da parte dei Guardiani della Rivoluzione e delle forze paramilitari. Non si tratta più solo di contenimento della folla, ma di un attacco sistematico dove i cecchini sparano direttamente dai tetti puntando alla testa o al petto. Samira, una delle testimoni citate, racconta l’impossibilità di difendersi con le pietre contro le mitragliatrici e le armi di grado militare impiegate dal regime. Oltre alla forza bruta, le autorità utilizzano l’inganno attraverso agenti infiltrati che si fingono leader delle proteste per condurre i manifestanti in vere e proprie trappole mortali. In questi agguati, la folla viene circondata e falciata dal fuoco dei militari, rendendo ogni tentativo di marcia un rischio letale per chiunque scenda in strada.
Silenzio informativo e resistenza digitale
Per coprire le proprie azioni, il governo ha imposto un blackout totale su internet e sulle linee telefoniche. L’obiettivo degli ayatollah è quello di uccidere nel buio, lontano dagli occhi della comunità internazionale. Tuttavia, i manifestanti stanno cercando di reagire utilizzando tecnologie satellitari come Starlink per inviare materiale multimediale all’esterno e coordinare i soccorsi. All’interno degli ospedali la situazione è altrettanto critica, con medici che lanciano appelli disperati tramite i canali televisivi nazionali, dato che le linee interne sono interrotte e mancano chirurghi e infermieri per trattare le migliaia di feriti. Molti cittadini evitano persino le cure mediche per timore di essere arrestati direttamente nei reparti, dove le forze di sicurezza effettuano rastrellamenti continui.
Un elemento di estrema rilevanza politica è l’atteggiamento assunto dal presidente Pezeshkian. Dopo un iniziale periodo di silenzio, il leader ha adottato una linea durissima, arrivando a superare nei toni persino la Guida Suprema Khamenei. Pezeshkian ha definito i manifestanti come terroristi legati a potenze straniere, fornendo così una giustificazione ideologica alla repressione violenta. Il governo ha persino indetto tre giorni di lutto nazionale, ma con una motivazione che suona come una provocazione per la popolazione: onorare i membri delle forze di sicurezza caduti nella battaglia di resistenza nazionale contro le proteste. Questa mossa conferma la totale chiusura del regime a qualsiasi forma di dialogo e la volontà di procedere con lo sterminio sistematico di chiunque si opponga al potere teocratico.
Bilancio delle vittime e arresti di massa
Le cifre fornite dalla fondazione della premio Nobel Narges Mohammadi parlano di oltre duemila uccisi e circa undicimila persone tratte in arresto. Le carceri sono sature e le condizioni dei detenuti sono motivo di forte preoccupazione per le organizzazioni internazionali. La popolazione iraniana si trova dunque schiacciata tra una crisi economica devastante, fallimenti in politica estera e una dittatura sanguinaria che non esita a usare il proprio esercito contro i civili disarmati. La sensazione che emerge dai racconti dei sopravvissuti è quella di una lotta finale per la sopravvivenza, dove il coraggio dei giovani si scontra con una macchina repressiva che sembra decisa a fare fuori tutti pur di mantenere il controllo del Paese.




