Reddito di cittadinanza, supertruffa all’ufficio postale: giro di soldi, profumi e champagne

Una truffa ben strutturata. Ieri, venerdì 7 giugno, è iniziato il processo a carico di 7 individui, accusati di aver sottratto all’Inps mezzo milione di euro da gennaio 2020 a febbraio 2021. Sul banco degli imputati una coppia di origine romena, ideatori della truffa, e cinque operatori – tra i quali anche il direttore – dell’ufficio postale di Cesano Boscone dal quale sarebbero uscite ben 171 tessere fasulle del reddito di cittadinanza per un danno di almeno 502 mila euro.

L’accusa principale è quella di “associazione a delinquere finalizzata a mettere in atto sistematici episodi corruttivi, falso ideologico, uso di atti falsi, plurime truffe aggravate”, si legge dagli atti. Tre anni dopo i sospettati sono davanti al giudice Fiammetta Modica, un’udienza lampo giusto per annotare che nessuno chiede riti alternativi o sconti di pena: gli avvocati proveranno a smontare il castello di accuse sostenute in aula dal pm Cristian Barilli nell’ambito del dibattimento ordinario, convinti che le responsabilità vadano ridimensionate.

Stando a quanto riporta la Repubblica, i protagonista dell’operazione, marito e moglie di 30 e 29 anni, facevano risultare residenti a Milano, falsificando i documenti, i propri connazionali ai quali venivano intestate le card del Rdc. Sempre ai due spettava poi il compito di “escogitare termini e modi per corrompere il personale dell’ufficio postale, ritirare le tessere e spartire i proventi illeciti”. A questo punto, entravano in scena gli impiegati delle Poste quindi “pubblici ufficiali” che “attestavano falsamente su almeno 171 moduli di consegna delle carte di reddito di cittadinanza di aver compiutamente identificato gli effettivi richiedenti del beneficio mediante verifica dei documenti originali”.  

L’operazione aveva, però, un “costo”. Gli impiegati ricevevano, infatti, “plurime somme di denaro (100 euro per carta), poi vestiti, profumi. Champagne, oltre a uno smartphone da quali mille euro al direttore dell’ufficio postale come contropartita per l’omesso controllo sull’operato dei propri subalterni”.

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