Milano, ancora rivolte nel Cpr. Ira dei poliziotti: “Chi entra lì non sa se esce con un pezzo di vetro nello stomaco”

Non si contano più i tentativi di rivolta, più o meno organizzati, che hanno animato le giornate del Centro di permanenza per il rimpatrio di via Corelli a Milano. Anche venerdì sera ci sono stati momenti tensione perché alcuni degli ospiti hanno innescato una protesta con il solito repertorio: materassi ammassati e arredi danneggiati, così come le porte e le finestre, vetri rotti e alcune persone sul tetto.

La manifestazione, durata circa un’ora, per fortuna si è risolta senza gravissime conseguenze per le persone coinvolte, circa una quarantina di nordafricani e diverse squadre dei reparti mobili della polizia. Solo un 18enne, ospite, sembra sia stato trasportato in ospedale in codice verde dal personale del 118 arrivato con l’ambulanza.

E pensare che appena giovedì c’era stata l’ultima ‘rivolta’, benché solitaria, di una delle persone ospitate nella struttura: che alla fine era stata arrestata e portato in carcere. Si tratta di stranieri che sanno bene che quello è l’ultimo step prima del rimpatrio e che quindi spesso sono pronti a tutto pur di cercare una via d’uscita.

«È un edificio non adatto alla sua funzione e quindi pericoloso»

Lo sanno bene i poliziotti che, per bocca di Massimiliano Pirola, segretario provinciale di Milano del Sindacato autonomo di polizia, denunciano l’inadeguatezza della struttura. «È un edificio non adatto alla sua funzione e quindi pericoloso per noi e per gli stranieri all’interno».

«Innanzitutto – dice Pirola a MilanoToday – perché attualmente su cinque reparti ipotizzati all’inizio, ne stanno funzionando solo due. Colpa delle devastazioni. Per esempio c’era anche un reparto covid ma non c’è più. Così gli ospiti positivi al coronavirus sono isolati in una stanza ma non sempre è possibile controllarli. Venerdì sera alcuni dei positivi al covid hanno partecipato alle rivolte. E lì c’eravamo anche noi». Il problema più grave, tuttavia, è proprio strutturale secondo quanto riferisce il rappresentante sindacale degli uomini che quotidianamente sono lì per garantire la sicurezza di tutti, ospiti e operatori dell’ente che gestisce il centro.

«Chi entra lì non sa se esce con un pezzo di vetro nello stomaco»

«Ci sono delle cose che evidentemente devono essere cambiate. Non puoi costruire un centro per espulsioni – spiega Pirola – mettendo delle porte e delle finestre normali. Vengono distrutte sistematicamente. Ferro, vetro e allumino poi possono essere usati contro gli operatori che rischiano la vita ogni volta che scoppiano queste rivolte. I Cpr a nostro avviso devono essere studiati e costruiti come tali».

«Gli operatori civili del Cpr – aggiunge ancora Pirola – devono essere accompagnati dalle forze dell’ordine che devono garantire la sicurezza. Ma poliziotti, carabinieri e finanziari sono i primi a pagarne le conseguenze. Abbiamo colleghi che si ammalano, altri che vengono feriti. A nessuno viene fatto il tampone quando prima dell’apertura ci era stato garantito un controllo periodico».. Insomma quel centro che anche i più agguerriti oppositori definivano inadeguato, e chiamavano la Guantanamo milanese, sembra non convincere molto nemmeno chi ogni giorno è lì per motivi di lavoro.

«È l’ora di accendere un faro sulla gestione dei centri come quello di via Corelli. Non basta dire che va tutto bene. Non va bene per niente. Quel centro – la proposta del Sap – va chiuso e ristrutturato. Non ci viene garantita la salute. Non possiamo far rischiare la vita a chi ci lavora. Chi entra lì non sa se a fine giornata esce con un pezzo di vetro conficcato nello stomaco».Leggi la notizia su milanotoday.it

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