Prima la crisi poi il virus Il Libano è in bancarotta

Una Beirut più buia che durante la guerra civile. L’effervescenza e vitalità della capitale si sono spente sotto i colpi del coronavirus e della più grave crisi economica degli ultimi trent’anni. Il quartiere residenziale di Achrafieh è irriconoscibile.

Caffè, ristoranti, negozi alla parigina, cinema d’essai come lo storico Metropolis, hanno chiuso per sempre, i vialetti alberati e con fiori coloratissimi, puntellati da bougainville fucsia, jacarande viola, hibiscus rosa, sono vuoti. A sera, dopo le 19, cala ancora il coprifuoco. Nelle stradine del quartiere di Sursock o di Mar Nicolas si incontrano pochi dei suoi abitanti, tutti con mascherina e guanti. Anche il suq è irriconoscibile. L’ex premier Rafik Hariri, ucciso nel 2005, l’aveva ricostruito dopo la guerra alla maniera del Golfo, palazzi nuovi in stile levantino e griffe internazionali, Valentino, Dior, Chloé, Armani. Ora hanno la saracinesca abbassata, come pure Aishti, cinque piani di marchi di lusso di proprietà di un imprenditore libanese. È una Beirut inedita, che nega il suo rinomato spirito e dinamismo.

La maggior parte delle imprese ha chiuso a metà marzo per arrestare la diffusione del virus. Ma il Paese dei Cedri era in crisi economica già prima della pandemia, con un settore bancario privo di liquidità e una moneta in caduta libera. Il 7 marzo il governo ha deciso di non rimborsare una prima tranche di debito, come non era accaduto neppure durante la guerra civile, e ha dichiarato default. La Svizzera del Medio Oriente è in bancarotta. Ora migliaia di aziende potrebbero non riaprire mai più. Il governo del nuovo premier Hassan Diab ha chiesto aiuto al Fondo monetario internazionale. Ma ciò richiederà difficili riforme che molti libanesi non possono permettersi. E forse un ridimensionamento di Hezbollah e dell’influenza iraniana, chiesto da Washington e difficilissimo da realizzare. Tra i punti da attuare anche la fine della corruzione, del sistema settario e il recupero dei fondi rubati da parte della classe politica. Dalla fine della guerra civile nel 1990, il Libano ha costruito un’economia di servizi basata su finanza, immobili e turismo. Ha finanziato il Pil con capitale straniero, in gran parte proveniente dalla diaspora. Un dollaro valeva 1.500 lire libanesi, un cambio fisso che durava dal 1997. Il mese scorso un dollaro veniva scambiato a 4mila lire sul mercato nero. I prezzi hanno subito un balzo superiore al 50%. La classe media è sparita, i poveri sono diventati indigenti, ha fatto capolino la fame. A Tripoli, città sunnita e poverissima nel Nord, il 60% della popolazione guadagna meno di un dollaro al giorno.

Come racconta Ave Tavoukjian, giornalista del Daily Star, quotidiano in lingua inglese del Paese, «negli ultimi mesi, il popolo libanese ha guardato con allarme alla situazione: le loro preoccupazioni sono giustificate, la maggior parte di coloro che gestiscono attività ha visto i propri ricavi ridursi praticamente a nulla, una conseguenza del ridotto potere d’acquisto della popolazione». «Eppure tutto ciò – conclude – non è nulla in confronto a ciò che deve ancora venire». Nonostante sia iniziata la riapertura di qualche attività, i beirutini sono ancora cauti nel riprendere la loro vita abituale. Nel famoso ristorante di cucina libanese Liza, all’interno di uno splendido palazzetto in stile ottomano, lo scorso sabato soltanto due tavoli erano occupati nel suggestivo giardino, decorato con candele e fontane.

Ma nonostante il blocco dovuto all’epidemia, migliaia di persone non hanno tentennato e sono scese in piazza per protestare. Molte banche sono state bruciate. «Il Libano non ha un futuro a causa dei politici del paese», dice Firas nel principale quartiere dello shopping di Tripoli. «I politici trattano le persone come cani. Se fai affamare un cane, ti seguirà sempre per mangiare». A Tripoli un giovane è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dai soldati durante una protesta. Così come qualche settimana dopo Beirut è stata teatro di duri scontri in place des Martyres. La folla ha lanciato pietre sulla polizia: 37 manifestanti sono stati feriti. Anche se il coronavirus ha avuto una debole apparizione in Libano, il governo ha bloccato il Paese per tre mesi. Ha imposto un coprifuoco ferreo, anche se la cosiddetta fase 2 è comincia molto male, con un’impennata di casi, che ha portato il governo a decidere una nuova chiusura totale. I casi sono passati da 3-4 al giorno a 30-40. Uno dei motivi dell’aumento è stato lo scarso rispetto delle norme in ristoranti e locali, dove ancora oggi si vedono ai tavolini affollati persone senza mascherina, come al popolare Bar Tartine di Mar Nicolas, ritrovo internazionale per gli stranieri. Ma l’altro motivo dell’impennata è il rientro a casa degli expat, soprattutto da Africa e Arabia Saudita. Sono state effettuate decine di voli e molte persone sono risultate positive.

Nel frattempo i vari partiti e sette si sono organizzati. Hezbollah, la milizia sciita e partito politico, ha una propria flotta di ambulanze e più di una dozzina di cliniche Covid-19. Ogni partito si è mobilitato per curare i pazienti e distribuire cibo e denaro. Alcuni addirittura distribuiscono maschere chirurgiche decorate con i loro loghi. Ora però caffè, parrucchieri, estetisti, negozi stanno a poco a poco riaprendo. Ci si avvia verso una nuova fase di parziale ritorno alla normalità. Ma non c’è nulla di cui essere ottimisti secondo Tavoukjian: «A meno che non ci sia un cambiamento nello status quo, molto probabilmente diventeremo la Cuba del Medio Oriente nel prossimo futuro – afferma -, dove le uniche cose che resteranno da apprezzare sono la cucina e le emozionanti canzoni libanesi che ricordano con malinconia gli anni precedenti al 2020».

il giornale.it

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