Erdogan si prende il petrolio libico

La Turchia cercherà petrolio in Libia. Ad annunciarlo è stato il ministro turco Fatih Donemz, che ha detto che all’interno dei negoziati avvenuti con il governo di Tripoli, quello guidato da Fayez al Sarraj e che adesso avanza verso Sirte, Ankara ha ottenuto la licenza per sette lotti con annessa possibilità di trivellazione e ricerca del petrolio.

Un annuncio particolarmente importante, di quelli che possono cambiare il destino di un Paese e che dimostra come da una crisi internazionale si possano trarre profitti insperati. Specie se, come avvenuto per la Turchia in Libia, le proprie carte si giocano bene. Il governo turco si è posto come unico vero interlocutore nei confronti del governo di accordo nazionale che, almeno in teoria, è l’unico riconosciuto dall’intera comunità internazionale.

Grazie all’invio di uomini, mercenari e droni, Recep Tayyip Erdogan è riuscito nell’intento di trasformarsi in vero e proprio protettore del Gna e unico leader internazionale capace di guidare le riscossa di Tripoli dopo l’avanzata di Khalifa Haftar verso la capitale. E adesso passa all’incasso ottenendo una base, contratti sul fronte dell’edilizia, una rete politica che gli permetterà di avere un alleato in un’area fondamentale del Mediterraneo estendendo la propria influenza fino all’area centrale nordafricana e al Sahel, un ulteriore rubinetto per i flussi migratori verso l’Europa.

Una svolta importante nella politica turca cui si aggiunge adesso la possibilità di estrarre l’oro nero dai deserti della Libia che con la possibilità di un accordo tra le fazioni in campo diventerà ovviamente la base da cui far ripartire la pur distrutta e fragile economia libica. La Noc, National Oil Corporation, è a oggi una delle pochissime strutture libiche rimasta intatta e unica per tutto il Paese, in un conflitto che ha visto la frattura ormai quasi insanabile tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. Ed è chiaro che avere le chiavi del petrolio libico rappresenta di fatto possedere una buona parte delle chiavi per l’unico tesoro del Paese insieme al gas. Altro “oro” su cui da tempo la Turchia ha messo gli occhi.

La questione è particolarmente importante per l’Europa, ma anche e soprattutto per l’Italia. Il governo italiano ha per anni mantenuto rapporti di “alleanza” con Sarraj proprio in virtù dei contratti energetici che si erano riusciti a salvare dopo la caduta di Muhammar Gheddafi. L’Italia era riuscita a mantenere attivi i pozzi Eni permettendo così di non perdere i propri avamposti nell’area occidentale della Libia. E anche per questo motivo, al netto di decisioni di natura politica, si era preferito aprire canali più ferrei proprio solo con il governo riconosciuto dell’ovest: è lì che il nostro Paese aveva la maggiore rete di interessi strategici, dal gas al petrolio fino, appunto, al fronte migratorio. Ora, con l’indecisione che ha contraddistinto gli ultimi anni e soprattutto l’incapacità di reagire di fronte all’attivismo turco, Roma rischia di perdere la prevalenza che aveva nei rapporti di forza sul fonte energetico. Ed è per questo che l’annuncio di Donemz deve essere letto come un vero e proprio campanello d’allarme che non riguarda soltanto il tema, pur centrale, del petrolio, ma quello che può diventare la Libia per l’Italia.

In questo momento la Turchia rischia di essere la vera e unica detentrice di tutti e tre gli assi nella manica delle forze libiche e del governo con cui l’Italia ha accordi strategici di particolar importanza. La Turchia ha messo piede nella base di al-Watiya stringendo un accordo con Tripoli per la presenza militare di propri uomini e mezzi sulla costa nordafricana. Ha stretto l’asse con Sarraj sul fronte energetico in un duplice accordo, da una parte le esplorazioni in Libia e dall’altra con l’accordo sulle acque del Mediterraneo centro-orientale, che ha già fatto scattare l’allarme in Grecia e a Cipro. Ha inviato mercenari arruolati in Siria intessendo una fitta rete di rapporti politici e di intelligence che si radicano nell’islamismo e nel blocco della Fratellanza musulmana. E ha completato l’opera che già ha dato i suoi frutti al confine con la Grecia ponendosi come forza in grado di controllare le rotte migratorie. Petrolio, gas, sicurezza nazionale e flussi migratori: tutti ambiti in cui l’Italia aveva un peso specifico fondamentale in Libia e che adesso rischiano di scivolare neanche troppo lentamente nelle mani del sultano. Con il rischio di cadere altrettanto lentamente in una trappola da cui si uscirà solo versando un tributo ad Ankara: l’affaire Silvia Romano, in tal senso, qualcosa aveva indicato.

il giornale.it

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