Palamara, il legame tra giornalisti, politica e magistrati. Cicchitto. “Nacque tutto nel 1991 con i comunisti contro Craxi e Andreotti”

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Caro direttore, a volte la tecnologia ha effetti politici dirompenti. È evidente che mi riferisco al trojan che adesso ha messo in piazza che una parte della magistratura è contro Salvini indipendentemente dagli aspetti giuridici della questione. Ma le cose non si fermano qui, adesso viene messo in piazza anche il reticolo di rapporti clientelari e personali che costituiscono il fondamento delle carriere dei magistrati che, stando a quello che si disse negli anni ’90, dovevano essere gli “angeli sterminatori” che avevano la missione di far piazza pulita della corruzione e della lottizzazione della casta dei politici (vero Stella e Rizzo?). Adesso è evidente che la magistratura che da molto tempo ha occupato manu militari il ministero della Giustizia è gestita sulla base di un sistema scientifico di lottizzazione fondato sulle correnti che ha per corrispettivo il manuale Cencelli che nella Prima Repubblica serviva per assegnare le cariche ai partiti al loro interno. L’altra faccia della medaglia è costituita dai rapporti organici fra alcuni magistrati e alcuni giornalisti. Non a caso, di fronte a tutto ciò, larga parte dei giornali tace. Tutto ciò però non è certo cominciato con Palamara, anzi adesso stiamo in certo senso di fronte a operazioni di basso livello, tutto invece è cominciato dagli anni ’80 e ’90 con operazioni di grande spessore che hanno sconvolto tutto il quadro politico. Francesco Cossiga fu l’unico a capire che paradossalmente il crollo del comunismo in Russia e nei paesi dell’Est in Italia avrebbe indebolito proprio la Dc e complicato la vita al Psi, che fino ad allora avevano goduto della rendita di posizione derivante dal fatto che assicuravano il governo di un paese dove c’era il più forte partito comunista dell’Occidente. A sua volta, con il crollo del suo retroterra storico, il gruppo dirigente del Pci si è trovato di fronte all’esigenza di cambiare tutta la sua strategia. i ragazzi di berlinguer Il Pci aveva davanti una via maestra, cioè quella di diventare un partito socialdemocratico, di realizzare l’unità con il Psi di Craxi e di lanciare un’alternativa riformista alla Dc. Senonché questa era solo la posizione dei miglioristi (Napolitano, Chiaromonte, Macaluso, Cervetti, Umberto Ranieri), per i cosiddetti “ragazzi di Berlinguer” (Occhetto, D’Alema, Veltroni, Violante, Mussi, Folena, Angius) il principale nemico era il PS di Craxi, l’avversario politico era il centro-destra della Dc (Andreotti, Forlani, i dorotei), gli alleati strategici la sinistra della Dc e il mondo cattolico. Allora, per dirla con Lenin, “che fare”? Nel 1991 Chiaromonte comunicò a Craxi, ad Altissimo e anche ad altri esponenti politici che il suo partito aveva scartato la proposta dei miglioristi e aveva scelto un’altra via, quella giudiziaria. Lì per lì non fu chiaro cosa ciò volesse dire, poi si è capito, si trattava di un sistematico uso politico della giustizia che si doveva articolare lungo due filoni, da un lato una graduata lotta alla mafia che aveva però per obiettivo immediato la liquidazione di Andreotti e di un pezzo di Dc, l’altro riguardava il finanziamento irregolare della politica, il sistema di Tangentopoli per liquidare Craxi, un’altra parte della Dc e i partiti laici. Diversamente da una parte di Magistratura Democratica e del Pci, invece Falcone aveva un solo obiettivo, quello di condurre per la prima volta nella storia italiana una lotta senza quartiere alla mafia di cui aveva ben chiara l’unità e anche l’articolazione, che ne faceva un autentico “partito criminale” con le sue gerarchie interne. Falcone aveva questo unico e solo obiettivo, cioè quello di distruggere la mafia, che era così impegnativo da non dare spazio a diversivi politici, quali quello della lotta alla Dc o ad una sua corrente. l’accusa di calunnia La prova di questa sua intenzione egli la diede quando incriminò per calunnia il pentito Pellegritti che aveva parlato di Andreotti senza prove e senza riscontri. Uno dei magistrati anche oggi più impegnato sulla teoria della trattativa Stato-mafia, Roberto Scarpinato, scrisse a suo tempo pagine dure nei confronti di Falcone che aveva fatto perdere un’occasione d’oro. Falcone era tutto concentrato nello scontro alla mafia che aveva come momento essenziale il maxi-processo. Una parte del Pci invece aveva in testa tutta un’altra linea che era quella di una lotta molto più graduata e controllata nei confronti della mafia perché l’obiettivo politico immediato era quello di annientare Andreotti. Non si spiegherebbe diversamente l’opposizione frontale del Pci al decreto-legge presentato il 14 settembre 1989 da Giuliano Vassalli con Andreotti presidente del Consiglio che raddoppiava i termini della custodia cautelare rimettendo in carcere i boss usciti per decorrenza di termini. Contro quel decreto il Pci condusse una battaglia frontale in parlamento, d’altra parte è innegabile che Magistratura Democratica e il Pci furono in quella fase sempre contro Falcone. Nel settembre del 1991 Leoluca Orlando, Alfredo Galasso, Carmine Mancuso attaccarono frontalmente Falcone che dovette difendersi al Csm affermando fra l’altro: «La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, ma l’anticamera del komeinismo». Magistratura Democratica, vedi discorso di Elena Paciotti, fu a favore di Meli e contro Falcone per la nomina a consigliere istruttore di Palermo, fu contro l’introduzione della superprocura antimafia e poi la sua assegnazione a Falcone. Sull’Unità del 12 marzo 1992 Alessandro Pizzorusso scrisse un articolo dal titolo: «Falcone superprocuratore? Non può farlo. Non da più garanzie d’indipendenza». Un discorso durissimo su MD e il pool di Milano lo fece Ilda Boccassini. Falcone per MD e per il Pds è diventato “Giovanni” solo dopo il suo assassinio. Dove il circo mediatico ha raggiunto il picco massimo è stato nella vicenda di Mani Pulite. Si trattava di fare un’operazione di alta chirurgia perché il sistema dei Tangentopoli coinvolgeva tutto e tutti, grandi imprese pubbliche e private e tutti i partiti senza eccezione alcuna, compreso il Pci e la sinistra Dc. Il capolavoro del circo mediatico è stato quello di concentrare il fuoco in primis su Craxi e il Psi, poi sul centro-destra della Dc (Forlani e Prandini), quindi sui partiti laici, salvando appunto il Pci-Pds e un pezzo di Dc. il coordinamento Per far questo fu necessario uno stretto coordinamento, infatti ogni sera alle ore 19.00 i direttori o i loro delegati del Corriere della Sera, di Repubblica, della Stampa e dell’Unità si consultavano sulla base delle dritte che provenivano dal pool dei Pm: se allora un trojan fosse stato in azione sarebbero uscite cose straordinarie. Poi siccome il Pci-Pds e le cooperative erano organicamente nel sistema il teorema adottato dai due pool (quello dei Pm e quello dei giornali) fu quello di affermare che Craxi e gli altri segretari del pentapartito non potevano non sapere, mentre il gruppo dirigente del Pds poteva non sapere quello che combinavano ad esempio il segretario e la federazione del Pci-Pds di Milano e i capi delle cooperative rosse. I

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l massimo della mistificazione fu raggiunto con il processo Enimont e con il modo con cui fu gestito sul piano giuridico e giudiziario il fatto che risultò in modo indubbio che Gardini aveva portato una valigetta con un miliardo nella sede della Botteghe Oscure. Basti pensare che il presidente Tarantola respinse perfino l’escussione di Occhetto e di D’Alema come testimoni. Poi, dopo tutto ciò, caso strano, il viceprocuratore capo di Milano D’Ambrosio e Di Pietro sono stati eletti per più legislature parlamentari nelle liste del Pds. Quindi, come vede, caro direttore, quello che oggi sta accadendo viene da lontano. Oggi il trojan sta mettendo a nudo insieme fatti assai gravi come le frasi su Salvini e una serie incredibile di miserie umane riguardanti magistrati e anche giornalisti che sarebbero solo grottesche, se non riguardassero gli aspetti fondamentali della nostra democrazia, quali la magistratura e il giornalismo.

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