Migranti, ambiente e reddito: ​il mondo post-Covid del Papa

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Papa Francesco sembra avere un’idea precisa di come il mondo dovrà diventare dopo la pandemia. Jorge Mario Bergoglio sta guidando la Chiesa cattolica, un’ istituzione che è rimasta centrale in questo complicato periodo storico, nel corso dello sviluppo del quadro dei contagi. Il fenomeno “contagio”, come la Eccliesia, è universale, mentre Francesco è un Papa “nella tempesta”.

Il primo pontefice costretto ad affrontare vicissitudini straordinarie dopo un lungo periodo di tranquillità o comunque privo di calamità di questa portata. Almeno per quel che riguarda l’Europa, che non era più abituata ad improvvisi maremoti esistenziali di questa tipologia.

Il Santo Padre, forse per via delle differenti domande che una “guerra” contro un “nemico invisibile” porta naturalmente in dote, ha modificato per un po’di tempo i punti focali della sua pastorale. In specie all’inizio di tutta questa storia. Dalla tutela della gestione dei fenomeni migratori si è passati così a questioni prettamente spirituali. Una delle frasi che resteranno impresse nei libri di storia è questa: “Pensavamo di rimanere sani in un mondo malato”. Se non è una diagnosi escatologica, poco manca. Jorge Mario Bergoglio sembra aver individuato una sintomatologia precisa, oltre ad una conseguenza altrettanto diretta: un globo terrestre come questo non può garantire la salute. Né quella fisica né quella spirituale. E allora bisogna tornare alla ricerca dell'”essenziale”.

Francesco avrebbe dovuto presenziare a “The Economy of Francis”, un appuntamento che si sarebbe dovuto svolgere a marzo, ad Assisi. Non era un evento qualunque. Non era una delle tante occasioni pubbliche in programma. Ora è stato rimandato, ma “The Economy of Francis” avrebbe dovuto segnare il passo dei tempi che verranno. Bergoglio avrebbe contratto un accordo con qualche centinaio di giovani economisti. Perché l’attuale redistribuzione delle risorse, secondo la visione del pontefice argentino, non rispetta i criteri di uguaglianza sociale. Il Papa, insomma, aveva iniziato a comporre la mappa concettuale del mondo del futuro ben prima dello scoppio della pandemia da Covid-19. Ma la pandemia, come tutti i macro-eventi della storia, può fungere da acceleratore.

Il rischio di una compromissione del quadro economico-finanziario è stato ventilato da più parti. Le previsioni di alcune agenzie di rating non sono di buon auspicio. Vale per l’Italia, ma non solo. Gli effetti della crisi stanno già sconvolgendo alcuni settori. E allora potrebbe nascere l’esigenza d’immaginare dei meccanismi e delle soluzioni diversi. Anche sul piano pratico della tutela dei diritti dei lavoratori. Francesco ha sempre preferito gli “ultimi” ed i “penultimi” del pianeta.

Non a caso questo ponficiato è definito – ormai in modo pacifico – quello delle “periferie economico-esistenziali”. I periferici, per estensione, sono tutti coloro che subiscono l’accumulazione di molto nelle mani dei pochi. E qual è – ad oggi – la ratio migliore di garantire ai meno fortunati di non rimanere esclusi da coloro che se la caveranno, visto quello che potrebbe accadere al “sistema mondo” tra non molto tempo?

Bergoglio sembra avere in mente tre direttrici precise. Quelle su cui Francesco sta iniziando ad insistere con il principio della cosiddetta “fase 2”, che accomuna il Belpaese al resto del Vecchio continente ma anche a buona parte del globo terrestre. Tutti stanno cercando di rimettersi in marcia.

La battaglia per la regolarizzazione dei migranti non regolari

Il Papa non si è dimenticato dei migranti. La preghiere contro l’epidemia di queste settimane non hanno interessato da vicino la questione dell’accoglienza di coloro che cercano rifugio sulle coste delle nazioni industrializzate. Non c’è troppos spazio per gli appelli che ci siamo abituati ad ascoltare nel corso delle estati. Jorge Mario Bergoglio, però, non ha solo parlato. Il vescovo di Roma ha anche scritto. Per capire l’idea futura di mondo che Francesco ha intenzione di promuovere, bisogna pure leggere le riflessioni del pontefice. Ascoltare le omelie può non essere sufficiente. Ad esempio, si può approfondire quanto esposto da Bergoglio nella lettera a Mediterranea Saving Humans. Il Papa, con quella missiva, ha ricordato di esserci: “Sono vicino a te a ai tuoi compagni – ha confermato il vescovo di Roma- grazie per tutto quello che fate”, ha fatto sapere a Luca Casarini, vertice di quella Ong. Non si corre dunque il rischio che i topos focali di questi sei anni e mezzo vengano dimenticati o taciuti. In Italia, nel frattempo, è in corso un dibattito sulla regolarizzazione dei migranti irregolari che però lavorano come braccianti. Francesco non ha esitato a prendere posizione. Prescindendo dalla politica, che si divide tra chi, da destra, parla criticamente di “Ius Covid”, e chi, da sinistra, minaccia le dimissioni dall’esecutivo giallorosso in caso di mancata approvazione del provvedimento, Papa Bergoglio pensa che la regolarizzazione di quei lavoratori sia necessaria. Francesco ne ha parlato per due volte in pochi giorni, nel pieno della dialettica governativo-parlamentare: “E dunque auspicabile che le loro situazioni escano dal sommerso e vengano regolarizzate, affinché siano riconosciuti ad ogni lavoratore diritti e doveri, sia contrastata l’illegalità e siano prevenute la piaga del caporalato e l’insorgere di conflitti tra persone disagiate”. Difficile sostenere una tesi mediante una maniera più chiara di questa. I migranti, secondo il Papa, devono insomma costituire una chiave di volta del mondo che verrà. E i governanti dovranno essere inclusivi ed inclini ad assecondare un’integrazione piena.

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Difendere la Terra, che per il Papa stiamo sfruttando senza averne il diritto

Nell’ottica del gesuita Benedict Mayaki, il Covid-19 sembrerebbe essere quasi d’aiuto per il ripristino di condizioni ottimali per l’ambiente. Il padre ha parlato di “benefici non intenzionali”. E questo dipenderebbe dal fatto che, per mezzo della quarantena, dell’isolamento, del poco traffico e dello stop alle attività produttive, gli animali (ma anche la natura in genere) tenderebbero a rioccupare spazi destinati ultimamente agli uomini. Il pensiero di Mayaki è deducibile. Con buone probabilità, il Papa della Chiesa cattolica non la vede proprio così. Nella disamina di Bergoglio, persiste però una focalizzazione ecologista. Uno sprazzo del pensiero papale – come ripercorso dall’Agi – può essere appreso mediante la lettura delle parole che il Santo Padre ha scelto per la cinquantesima edizione dell’Earth Day, che quest’anno è caduto in piena pandemia globale: “A causa dell’egoismo siamo venuti meno alla nostra responsabilità di custodi e amministratori della Terra”, ha tuonato alla fine dello scorso aprile Papa Francesco. E ancora: “L’abbiamo inquinata e depredata (la Terra, ndr), mettendo in pericolo la nostra stessa vita. Per questo – ha continuato il sudamericano – , si sono formati vari movimenti internazionali e locali per risvegliare le coscienze”. Greta Thunberg è dunque un modello che Bergoglio sembra condividere. Almeno in relazione alle motivazioni che muovono l’impegno degli attivisti che seguono la giovane ambientalista svedese. Così come l’argentino sembra disposto ad assecondare le istanze dello stesso ambientalismo, seppur prendendo in considerazione alcuni contenuti di quella piattaforma ideologica.

Quello regnante non è solo il pontefice delle “periferie economico-esistenziali”, ma anche quello della “ecologia integrale”. Laudato Sì rimane la prima enciclica ecologista della storia della Chiesa cattolica. Il mondo che verrà deve insomma guardare a quei “movimenti popolari” – anche ecologisti – cui Bergoglio continua a dedicare attenzione: “So che molte volte non ricevete il riconoscimento che meritate – ha scritto il Papa a quei movimenti, quelli che ha chiamato a sé in Vaticano almeno due volte, nel corso di questo pontificato – perché per il sistema vigente siete veramente invisibili. Le soluzioni propugnate dal mercato non raggiungono le periferie, dove è scarsa anche l’azione di protezione dello Stato. E voi – ha proseguito il successore di Pietro – non avete le risorse per svolgere la sua funzione. Siete guardati con diffidenza perché andate al di là della mera filantropia mediante l’organizzazione comunitaria o perché rivendicate i vostri diritti invece di rassegnarvi ad aspettare di raccogliere qualche briciola caduta dalla tavola di chi detiene il potere economico”. Il mondo che verrà dovrebbe per il Papa garantire la cittadinanza politica a questi gruppi. Anche a quelli che hanno fatto delle istanze ecologiste un mantra da perseguire.

Un “reddito universale” per i meno fortunati

Di reddito universale si parla da un po’. Andrew Yang, un imprenditore candidatosi alle primarie democratiche degli States, un outsider che si è poi ritirato in corsa per mancanza di consensi, aveva inserito quel punto nel programma elettorale. Poi – com’è noto – c’è Beppe Grillo. Tra gli ambienti progressisti dimora chi concorda con una misura reddituale in stile reddito di cittadinanza, ma di natura globale. Pure il Papa è d’accordo. Anzi, il Papa lo ha messo proprio nero su bianco, sempre nella lettera ai movimenti popolari: “Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti”. Quando Bergoglio cita i “compiti”, si riferisce per esempio alla coltivazione della terra. Francesco ha diramato una vera e propria elencazione: “Venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali…Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare…”. Bergoglio ha composto una lista precisa. Quella di cui fa parte il suo “popolo”, che dovrebbe fare da parte in maniera organica del mondo che verrà dopo la pandemia da Covid-19.

il giornale.it

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