Allarme suicidi nelle Forze dell’ordine: “Prendiamo calci da tutti e nessuno ci ascolta”

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Sul tema dei suicidi nelle Forze dell’ordine  riceviamo e pubblichiamo un intervento di Elena Ricci

Sono stati ben 69 i suicidi tra gli uomini e le donne in divisa durante il 2019. Il 2020 è appena iniziato e già contiamo 4 vittime. Una situazione che potremmo definire un vero e proprio allarme e per la quale le varie amministrazioni, sembra non vogliano assumersi alcuna responsabilità. Perché non si parla dei suicidi tra le divise? Quali sono i veri problemi alla base di gesta così sconsiderate? Come mai a togliersi la vita sono i sottufficiali e la truppa? Dov’è lo Stato e perché i suoi uomini vivono questo malessere?

Si è concluso da qualche ora un sondaggio lanciato una settimana fa, dalla community social “Puntato – L’App degli operatori di Polizia”. Il sondaggio, facendo riferimento proprio ai suicidi tra gli operatori di Polizia, chiedeva cosa fosse meglio per militari e poliziotti, tra stipendio più alto e serenità lavorativa.

Al sondaggio hanno risposto in 2455: in 1931 (79%) hanno indicato serenità lavorativa, mentre i restanti 524 (21%) hanno indicato lo stipendio. Stando a quanto denunciano gli addetti ai lavori, è la serenità lavorativa a mancare, a poco servirebbero sportelli di ascolto che qualcuno, tra le persone che abbiamo ascoltato, definisce “un pulirsi la coscienza”.

Per i militari i problemi di fondo sono altri: «Bisogna puntare davvero sul benessere del personale. Puntare molto sulla famiglia, aspetto economico, trasferimenti e nel caso di mancato trasferimento fornire sostegno di ogni genere. Questo avviene per la categoria Ufficiali che oltre ad uno stipendio interessante godono di ulteriori benefit importanti, tra cui alloggio, indennità di trasferimento, numero considerevole di straordinari», scrive un militare.

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Suicidi, quello che nessuno vi dice

«Se ci fosse qualcuno ad ascoltarti e aiutarti, tante morti si potrebbero evitare. Invece no – scrive un altro operatore – ti etichettano come pazzo e ti lasciano solo». «La serenità lavorativa è importante – scrive un agente di polizia penitenziaria -. Io sono della penitenziaria, vi assicuro che è meglio andare in guerra che in sezione. Aggressioni, insulti, minacce, offese sono all’ordine del giorno. Se denunciamo noi finisce tutto a tarallucci e vino; ad una piccola accusa di un utente scattano indagini che neanche al pool antimafia fanno. Per non parlare della processione di politici finti buonisti. Basta vedere i casi successi nel recente passato»

Ancora, un poliziotto della stradale scrive: «Da operatore posso dire che non siamo rispettati e tutelati. Io faccio viabilità e ricevo con i miei colleghi tanta maleducazione. Più responsabilità si hanno, più aumentano le grane». In tanti denunciano lunghe attese per i trasferimenti, come una delle cause di stress e malessere. Spesso occorrono circa 20 anni per potersi avvicinare ai propri affetti e per questo motivo, molto frequenti sono le separazioni tra coniugi.

Ciliegina sulla torta, per quanto riguarda la mobilità nella Polizia di Stato, è stata la decisione del Capo della Polizia Franco Gabrielli di destinare il 30% di neo agenti appena usciti dalle scuole, in quelle provincie dove occorrono tantissimi anni in graduatoria per potervi giungere. Questo altro non fa che alimentare quel senso di impotenza e sconfitta che provano quanti, dopo anni e anni di servizio, non vedono realizzarsi i loro obiettivi di vita. Non solo, in tanti denunciano carenza di personale, turni sfiancanti e paura di fare la territoriale a causa del clima venutosi a creare per via di alcuni vicende giudiziarie spettacolarizzate e date in pasto ai media. Infatti qualcuno scrive: «I sottoufficiali e la truppa prendono calci da tutti! Dai superiori, dai Giudici, dallo Stato, dai criminali, dai politici, senza possibilità di tutela».

I Servitori dello Stato lamentano l’assenza dello Stato. Si sentono abbandonati e senza tutele. E mentre qualcuno riflette su cosa sia più giusto tra usare la forza o subire la violenza del balordo di turno, qualcun altro l’arma se la punta alla tempia.

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