L’olio spagnolo mette in crisi la filiera italiana

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Tempi duri per l’olio italiano. Gli extravergini italiani soffrono di questi tempi con forza crescente la concorrenza di rivali che penetrano il mercato nazionale o soffiano le quote di export in Europa compensando la minore qualità con un vantaggio di prezzo non indifferente. In particolare è, come già successo in passato, l’olio spagnolo l’avversario più insidioso.

L’olio spagnolo, in certi giorni, arriva a costare meno del famigerato olio tunisino oggetto in passato di critiche e dubbi: 2,26 euro al litro alla Borsa merci di Bari, mentre il prodotto nazionale, di alta qualità e protetto da marchi Dop e Igp, al frantoio ha perso il 24% del valore da gennaio in avanti, passando da 5,65 euro al litro a poco più di 4. L’olio spagnolo invade i mercati principalmente sfruttando le lasche regolamentazione dell’Unione Europea che permettono di sfruttare nelle etichette la denominazione “prodotto dell’Unione” per coprire, ad esempio, l’esistenza di miscele ottenute sommando oli di bassa qualità.

Coldiretti ha lanciato l’allarme, segnalando come nel 2019 le importazioni di olio spagnolo abbiano conosciuto un aumento del 49%, a 289 milioni di chili, arrivando quasi a pareggiare la produzione nazionale di 315 milioni di chili. Coldiretti stima in 90 milioni di tonnellate l’extra-import determinato dalle regolamentazioni favorevoli della Ue, contando sia i favoritismi concessi all’olio spagnolo che quelli garantiti al prodotto tunisino. La corsa al ribasso spinge molti produttori nazionali a cercare di sopravvivere sul mercato “tagliando” i pregiati oli italiani con quote di più umile olio spagnolo, molto spesso proveniente dalle coltivazioni intensive della Costa del Sol.

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Il costo dell’olio extravergine in Italia

In un recente rapporto il sindacato guidato da Ettore Prandini ha puntualizzato: “Gli oli di oliva stranieri vengono spesso mescolati con quelli nazionali per acquisire, con le immagini in etichetta e sotto la copertura di marchi storici, magari ceduti all’estero, una parvenza di italianità da sfruttare sui mercati nazionali ed esteri. Sotto accusa è la mancanza di trasparenza nonostante sia obbligatorio indicarla per legge in etichetta dal primo luglio 2009, in base al Regolamento comunitario n.182 del 6 marzo 2009”. L’escamotage? Scrivere diciture “compromettenti” per il buon nome del prodotto (come ad esempio “miscela di oli comunitari”) in caratteri microscopici sulla bottiglia.

Il valore dell’olio alla borsa merci di Bari

La storia dell’olio ci ricorda, una volta di più, quanto sia delicato trattare prodotti alimentari che rappresentano eccellenze nazionali  nel contesto delle regole di libero scambio del mercato comune europeo. I prodotti enogastronomici si differenziano enormemente, e parlando di olio non si può fare di tutta l’erba un fascio, privilegiando Paesi come la Spagna che hanno grandi spazi a disposizione per coltivazioni ampie e di valore qualitativo mediocre, non curate con la stessa solerzia, attenzione agronomica e interesse che riguarda determinate filiere italiane. Alle debolezze della Politica agricola comune dell’Unione europea, che sussidia i produttori in base all’ampiezza dei fondi e non in base all’indotto economico e occupazionale, si aggiungono regole commerciali miopi o addirittura controproducenti. L’eccellenza enogastronomica non può essere trattata come un bene manifatturiero qualsiasi. In un certo senso è un’opera di alto artigianato, che racchiude al suo interno una cultura aziendale, una storia di processi consolidati e un valore d’uso superiore al mero indicatore economico. Per molti produttori italiani l’olio è il frutto di decenni di storia famigliare e di lavoro: mettere questa ricchezza nelle mani delle logiche aride del libero scambio è risultata essere una scelta devastante.


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