In 526 giorni Di Maio killer di 5 Stelle, Ilva e Alitalia

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Più è imponente l’ascesa, più fragorosa è la caduta. Per Luigi Di Maio, è vero, arriverà solo quando non sarà più seduto sulla poltrona di ministro degli Esteri, ormai l’unico scudo che lo separa da un’inevitabile assunzione di responsabilità rispetto al disastro politico che si sta lasciando alle spalle.

Si tratta, insomma, di una resa dei conti differibile ma ineluttabile. Perché in 17 mesi al governo il leader del M5s ha fatto macerie dappertutto. Non solo quelle di un Movimento ormai dilaniato, con i gruppi parlamentari che stanno esplodendo e il consenso in termini di voti in caduta libera. Ma anche le rovine dei suoi 14 mesi da vicepremier e super ministro per lo Sviluppo economico e il Lavoro durante il Conte 1. Perché tanto era l’entusiasmo che il giovane capo grillino – incoronato nel 2017 per volontà superiore – si era convinto che nonostante i suoi 31 anni avrebbe potuto gestire insieme due dicasteri che da soli farebbero tremare i polsi a qualunque economista navigato e di buon senso.

Erano i tempi di «uno-vale-uno», quelli in cui si puntava il dito contro i «politici di professione» esaltando il valore aggiunto dell’inesperienza. Ecco, quella di Di Maio farà storia. Perché in 14 mesi al Mise è stato proprio lui a gestire le grandi crisi aziendali del Paese. Tra cui, ovviamente, sia il dossier Ilva sia quello Alitalia. Come sta andando a finire è sotto gli occhi di tutti, con buona pace di Di Maio che ieri cercava di scaricare le responsabilità su altri, tirando dentro la Lega e il bond da 300mila euro di Arcelor-Mittal acquistato dal Carroccio nel 2011 e poi venduto nel 2015. Armi di distrazione di massa che non lo salveranno dalle sue responsabilità, perché secondo lo Svimez la crisi della più grande acciaieria d’Europa rischia di costare al Sud Italia l’1% del suo Pil annuo. Insomma, una vera e propria bomba sociale che difficilmente l’attuale ministro degli Esteri riuscirà a rimbalzare su altri.

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In soli 526 giorni – tanti ne sono passati da quando il primo giugno 2018 giurò al Quirinale come vicepremier e superministro dello Sviluppo nel Conte 1 – Di Maio ha di fatto demolito l’immagine che con tanta abilità gli avevano cucito addosso gli efficienti comunicatori della Casaleggio Associati e lo stesso Rocco Casalino (a quei tempi i due andavano ancora d’amore e d’accordo). Colpa soprattutto di una gestione politica schizofrenica. Schiacciata sui diktat di Matteo Salvini ai limiti della prostrazione durante tutto il Conte 1 e poi improntata all’opposizione quando si è passati al Conte 2. Da agnello mansueto con la Lega, a rivoltoso incendiario con il Pd. Governo, è vero, che Di Maio ha subìto ma nel quale è riuscito a ottenere il massimo che poteva portare a casa: la preziosa poltrona di ministero degli Esteri.

D’altra parte, la vita politica del leader grillino è ormai legata a doppio filo al suo ruolo istituzionale. Non ne avesse uno di peso sarebbe più facile sbarazzarsene, come vorrebbero in molti nel Movimento. E come sarebbe accaduto in qualunque partito che in poco più di un anno perde ben 15,6 punti percentuali. Dal 32,7 delle Politiche del 4 marzo 2018 al 17,1 delle Europee del 26 maggio 2019. Un tracollo siderale. Confermato anche dal voto in Umbria dello scorso 27 ottobre dove il M5s si è ridotto a un misero 7,4%, praticamente la metà del 14,6% che sempre in Umbria il Movimento aveva incassato alle Europee di cinque mesi prima.

Ma la strategia di Di Maio, comprensibile direbbe Sigmund Freud, rimane sempre la stessa: la rimozione. La colpa non è sua, che il Movimento lo guida dal 2017, ma del destino cinico e baro. Come sull’Ilva o su Alitalia, crisi aziendali che ha gestito in prima persona fino a due mesi fa.

Il risultato è quello di un leader verso la via del tramonto che sopravvive solo perché si è ormai barricato in quel Palazzo che voleva aprire come una scatoletta di tonno, attaccato a una poltrona qualunque sia purché gli permetta di restare a galla. I tempi dei proclami sulla «fine della povertà» dal balcone di Palazzo Chigi con i militanti che lo osannano festanti in piazza sembrano distanti un decennio. Pensare che invece è successo tutto in soli 526 giorni.

il giornale.it

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