Tornano le pallottole sulla Milano da sogno

Ammazzare la gente a Milano è complicato: e nel crudo calcolo di costi-benefici che qualunque gang criminale applica ai propri piani di sviluppo commerciale, il rischio di venire acciuffati – tra telecamere dappertutto e diavolerie telematiche di ogni genere – fa sì che questo renda spesso sconsigliabile il ricorso alla soppressione fisica degli avversari.



Così passa la narrazione confortante di una città pacificata dove il crimine si è rarefatto, ha perso la carica di violenza che per trent’anni ha insanguinato le strade della «capitale morale». Poi alle otto di un venerdì di aprile arrivano sei colpi di pistola a rovinare tutto. E un’ora dopo ci sono già nel globo di internet le foto delle strisce bianche e rosse intorno al luogo del delitto, degli uomini in tuta bianca della Scientifica, dei cartelli numerati sulle ogive e sui buchi nelle portiere: come se fossimo in una Napoli qualsiasi. È un brusco risveglio, e chissà che non risulti salutare. Che Enzo Anghinelli alla fine muoia o sopravviva è – cinicamente parlando – da questo punto di vista del tutto irrilevante. Perché questo non è il delitto di due colombiani ubriachi che segano l’amico, non è una lite tra balordi. È la reincarnazione 2.0 della eterna legge del regolamento di conti. Una volta si sparava più facilmente e soprattutto si sparava meglio. Ma, anche nella città della videosicurezza a tappeto, evidentemente viene il momento in cui si decide che la parola deve passare alle armi: costi quel che costi. Da settimane, da mesi, il ritorno in grande stile della droga a Milano viene raccontato come un problema di ordine pubblico: dimenticando la grande lezione del passato, il gioco a rimpiattino per cui una piazza di spaccio veniva ripulita e il giorno dopo se ne apriva un’altra, nell’incessante tam tam di pusher e clienti. Per un boschetto di Rogoredo che viene bonificato ne spunteranno altri dieci, se non si torna a considerare l’emergenza droga per quello che è: il vero terreno dell’economia criminale, il risiko dove armate di colori diversi si affrontano sotto un’unica bandiera, quella verde dei bigliettoni. Così si torna, come agli albori della lotta al narcotraffico, a inseguire le singole partite in arrivo: che saranno sempre una minima parte della roba che arriva sulla piazza. Corrieri e mezzani vengono intercettati fin dentro la testa ma da quanto tempo non si trova un pentito che racconti cosa accade davvero ai piani alti? Un bell’infamone che ci dica quali accordi sotterranei legano i nipoti dei vecchi boss italici agli Igor e agli Ivan? Le carenze dello Stato hanno trasformato il mercato della droga in un Far West dove tutto vale, dove le vecchie regole – crudeli ma nette – che regolavano i rapporti tra i clan oggi non esistono più. Certo, c’è spazio per tutti, perché il mercato è in crescita continua e non ci sono più gli antichi vassallaggi da sistemare. Ma tra le sue regole crudeli, la vecchia mala ne aveva una sempre rispettata: non si spara in mezzo alla gente, non si mettono a rischio i civili. Invece ieri mattina le pallottole destinate ad Anghinelli fischiano in mezzo ai passanti, alle donne, ai bambini che si avviano a scuola con le loro cartelle multicolori. Può accadere questo in una città che si presenta al mondo come smart, cool, green eccetera? Sì, può accadere. Perché il benessere ha sempre due facce e la sicurezza totale è un’utopia impraticabile, e neanche cento Volanti o un reggimento di bersaglieri sarebbero in grado controllare a tempo pieno centottanta milioni di metri quadri. L’unico antidoto è rendere sicura, o quasi sicura, la individuazione dei colpevoli. Ma per questo servono suole consumate, confidenti, conoscenza precisa di quanto accade dietro le quinte: il vecchio modo di fare polizia che si è perso per strada.

il giornale.it

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