Le Coop e i sindacati protestano. I tagli per l’accoglienza ora “tuonano” tra i lamenti dei diretti interessati.

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La manovra del governo ha tagliato un po’ le risorse da cui attingevano le associazioni pro accoglienza di tutta Italia.

Ora per le strade si attivano le Coop che protestano e minacciano di non volere più migranti se non si ripristina l’entrata economica di prima.

Leggiamo Il Giornale:

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E la “crisi” non è solo opera del governo. Certo, il recente decreto sicurezza in tal senso dà una bella mano, così come previsto dal programma elettorale del ministro dell’interno Matteo Salvini. In particolare, si taglia da 35 a 21 Euro giornaliere la retta per ogni singolo richiedente asilo ospitato, ponendo in essere un mero adeguamento agli standard europei, così come viene prevista la chiusura di molte strutture.

Cara, Cas ed altri centri di importanti dimensioni entro il 2019 dovrebbero chiudere i battenti. Questo perché, tra le altre cose, vige un sistema in cui programmi di integrazione e di accoglienza adesso riguardano chi ha già ottenuto l’asilo e non i richiedenti.

Ma la vera spinta alla crisi del settore dell’accoglienza, viene data dalla mancanza di “materia prima”, ossia gli stessi migranti. Già dal luglio 2017, quando al Viminale vi è ancora Marco Minniti, si assiste ad un drastico calo dei flussi migratori. Dunque, a prescindere poi dalle politiche del nuovo esecutivo, è chiaro che il business dell’accoglienza deve subire un chiaro ridimensionamento.

E qui casca l’asino, perché con i tagli esce fuori il marcio. Lo stesso Landini si schiera per non far chiudere alcuni centri, soprattutto il Cara di Sicilia, dove ci sarebbe anche un taglio occupazionale e non girerebbero soldi.

In questo caso il termine migranti e far del bene non esce dalla bocca dei manifestanti. Allora è proprio vero: è solo un business.

Fonte: ilgiornale

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