Ogni sei mesi un ergastolano torna libero: il fallimento dell’Italia nei dati del ministero della Giustizia

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E’ di oggi la notizia dello sconto di pena a Michele Castaldo da parte della Corte di appello di Bologna che all’uomo, omicida reo confesso di Olga Matei, che strangolò a mani nude il 5 ottobre 2016 a Riccione (Rimini) ha quasi dimezzato la pena a cui era stato condannato:

da t30anni a quasi 15 anni. Ma sullo stato della giustizia in Italia c’è un interessante articolo a firma di Luca Bolognini uscito su Quotidiano.net che non ha ricevuto le adeguate attenzioni, si intitola “Ogni sei mesi un ergastolano torna libero. I dati choc del ministero della Giustizia” e ve lo proponiamo di seguito. Buona lettura!

Anche l’ergastolo, la decisione più estrema che un tribunale possa prendere, nel nostro Paese non è in realtà sinonimo di carcere a vita. E i numeri lo confermano. Secondo il ministero della Giustizia, negli ultimi dieci anni sono state ben 19 le persone condannate alla massima pena del nostro ordinamento giuridico che sono uscite, con la benedizione dei giudici, fuori dalle loro celle.

In pratica nel nostro Paese ogni sei mesi un ergastolano, che si è comunque macchiato di crimini atroci – tra cui omicidio volontario e strage dolosa, solo per citarne due – torna libero, pur dovendo rispettare alcuni obblighi per cinque anni, visto che se non commette altre infrazioni, la pena viene considerata estinta e vengono revocate tutte le misure di sicurezza. E allora che senso ha, soprattutto per le famiglie delle vittime, sentirsi promettere dallo Stato una condanna esemplare per poi vederla lentamente sbiadire?

Il percorso che conduce alla liberazione condizionale è indubbiamente complesso: bisogna aver scontato almeno 26 anni di carcere senza mai dare problemi. Ma la buona condotta dietro le sbarre non sempre è uno specchio fedele dell’anima. La storia di Giovanni Sutera, super boss di Cosa Nostra, è un buon esempio. Nel 1982 uccide in una rapina il gioielliere fiorentino Vittorio Grassi e nel 1985 ammazza a sangue freddo la diciassettenne Graziella Campagna.

La giovane lavandaia siciliana aveva trovato nella tasca di una camicia un documento che rivelava la vera identità di uno dei capi dell’organizzazione mafiosa. Questa ‘colpa’ le costa cinque colpi di lupara, di cui uno alla testa, sparati a bruciapelo. Per il secondo e brutale omicidio, Sutera era stato condannato al “fine pena mai”. Almeno fino al 2015, quando il Tribunale di Sorveglianza gli concede la liberazione condizionale, scatenando l’ira dei parenti di Graziella Campagna.

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“È chiaro che le famiglie delle vittime non vorrebbero mai vedere tornare in libertà chi ha ucciso uno dei loro cari, ma – spiega l’avvocato penalista Felice Cardillo dello studio P&P Legal – secondo gli insegnamenti di Beccaria e della Costituzione, il carcere dovrebbe essere una struttura in grado di reinserire chi sbaglia nella società. Questo non significa che in alcuni casi non si possano commettere errori nel giudizio di recupero della persona”.

E il lupo si sa, come nel caso di Sutera, tende a non perdere il vizio. Il boss nel 2018 viene infatti arrestato per un presunto traffico internazionale di stupefacenti. Il Tribunale di Sorveglianza interviene e revoca la libertà condizionale.

In Italia, secondo gli ultimi dati disponibili, i condannati definitivamente al “fine pena mai” sono 1.748. Fino a poco tempo fa tra loro e dietro le sbarre c’era anche Carlo Musumeci. Il suo clan tra gli anni Ottanta e Novanta mette a ferro e fuoco la Toscana. E l’omicidio di Alessio Gozzani, ex portiere della Carrarese, di cui è il mandante, porta in dote al boss della Versilia una condanna all’ergastolo ostativo: il termine della detenzione, nel suo caso, coincide con la durata della vita, essendo negato l’accesso a benefici e misure alternative al carcere.

Ma ancora una volta non è così. Il tribunale di Venezia trasforma il suo ergastolo da ostativo a normale e lo scorso agosto Musumeci, entrato in carcere con la licenza elementare e uscito con due lauree, ottiene la liberazione condizionale. “In prigione – ha sempre sostenuto – non è vero che si migliora, lì si peggiora, solo l’affetto della società e il perdono ti fa capire i tuoi sbagli”.

Una convinzione e un destino simili a quelli di Annino Mele, l’ex primula rossa dell’Anonimia sequestri. Nella sua fedina penale figurano un ergastolo per un duplice omicidio commesso la notte di Capodanno del 1976 e una condanna a 28 anni per il rapimento di un bambino di otto anni.

Pur non avendo mai collaborato, pur non avendo mai fatto i nomi dei suoi complici, ha comunque ottenuto la liberazione condizionale e ora è ospite di una comunità. Anche Renato Vallanzasca, il re della mala milanese condannato a quattro ergastoli e 296 anni di carcere, spera da tempo di poter tornare a dormire fuori dal carcere.

L’ultimo tentativo gli è andato male. Armando Lucchesi, figlio di Bruno, agente di polizia che morì il 23 ottobre 1976 in uno scontro a fuoco con il bel René, sul no alla liberazione condizionale è stato lapidario: “Vallanzasca ha messo in croce tante famiglie, anche la nostra. Rispetterò qualsiasi decisione del giudice, ma non riesco, non posso perdonare”. di LUCA BOLOGNINI per Quotidiano.net

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