Il suo canto libero è la più attuale carta d’identità del nostro Paese

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Inseguendo una libellula in un prato sono già trascorsi venti anni. Quando, intorno a mezzogiorno del 9 settembre 1998 dall’ospedale San Paolo di Milano, è arrivata la notizia spaventosa e inattesa che Lucio Battisti non c’era più, per la prima volta l’Italia ha provato il dolore sordo che rende orfani di musica e parole entrati nell’anima di un popolo.

Lucio Battisti è stato il nostro canto libero, quello che ha elevato per la prima volta massicciamente il livello letterario della nostra musica e lo ha fatto con una ricerca musicale al momento inedita nella canzone d’autore. Le parole e la melodia portavano il brano subito in cima alla hit parade per settimane e, anche grazie a Lucio Battisti, Mogol è diventato il recordman mondiale di primi posti in classifica (circa 110 finora in tutta la sua carriera). Quando presentarono alla casa discografica il loro purtroppo ultimo disco insieme, la risposta fu: cambiate titolo perché la parola uggiosa non la conosce nessuno. Il titolo non fu cambiato, da allora tutti iniziarono a definire uggiose le giornate e Una giornata uggiosa è pieno di pezzi indimenticabili. La forza della canzone nel cambiare la cultura popolare. Era il 1980.

Battisti era già sostanzialmente sparito dalle scene pubbliche. Pochissimi concerti, almeno al confronto dei suoi colleghi. Rare apparizioni televisive, quasi sempre ininfluenti a parte lo strepitoso incontro con Mina nei nove minuti di duetto a Teatro 10 del 23 aprile 1972. Cercatelo su YouTube, quel filmato benedetto, e sono garantiti i brividi. A convincere Battisti a star lontano dai riflettori furono anche le penose polemiche politiche sul suo presunto schieramento all’estrema destra. Ogni testo veniva filtrato con la lente strabica dell’ideologia. I «boschi di braccia tese» della Collina dei ciliegi, ad esempio, era una chiara apologia di fascismo. La favolosa e visionaria Le luci dell’est era naturalmente considerata come in chiave anti sovietica (leggasi: anti comunista) e, ci mancherebbe, anche il «mare nero» della Canzone del sole, per decenni il brano più cantato sulle spiagge di tutta Italia, era un evidente riferimento alla camicie dei balilla. Una follia. E allora poco importava (ma a qualcuno anche adesso) che un volantino delle Brigate rosse nei primi anni ’80 citasse le «discese ardite e le risalite» (da Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi) e nel covo delle Br in via Monte Nevoso a Milano (dove trovarono parte del memoriale Moro) ci fosse l’intera discografia di Battisti con Mogol. Tanto per capirci, l’unica volta che Battisti parlò pubblicamente di temi legati alla cronaca politica fu quando appoggiò la campagna di Pannella sull’aborto. Ma, si sa, la cecità del pregiudizio è incurabile.

In fondo Battisti era, ed è, di uno e centomila, è patrimonio di tutti, nessuno escluso, perché anche negli anni Settanta a casa lo ascoltavano di nascosto pure i Peppone che si dichiaravano anti battistiani per sottolineare una farisaica diversità dai Don Camillo con cui facevano polemica in piazza. Dopotutto anche Paul McCartney aveva l’intera discografia a casa sua, come racconta talvolta Mogol, e non per nulla la casa discografica dell’ex Beatle provò a lanciarlo negli Stati Uniti. Ora, a vent’anni dalla morte del più enigmatico dei nostri grandi artisti popolari, è sempre più evidente che Battisti e Mogol fossero in realtà l’antipolitica: i loro brani erano la riapertura della canzone popolare alla sfera intima di ciascuno di noi, quella senza ideologie, all’amore lacerato o lacerante o anche equivoco, all’amicizia sgombra da qualsiasi connotato sessuale, persino alla goliardia liberatoria (Dieci ragazze) o alla spavalderia guascona e innocente di Il tempo di morire. Raramente Mogol ha sconfinato nella visione politica o economica (memorabile quel «al 21 del mese i nostri soldi erano già finiti» dalla favolosa I giardini di marzo).

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Per il resto il loro repertorio era un viaggio in fondo all’anima, un viaggio così profondo da arrivare al cuore di una, due, tre generazioni e ancora oggi sarebbe in grado di farlo se quel repertorio diventasse «liquido», ossia ascoltabile, al pari di tutte le altre canzoni del mondo, con quel codice ormai universale che è lo «streaming» (ma ci sono possibili novità all’orizzonte, ed è forse vicina la «liberazione» digitale).

Poi c’era la sua voce.

All’apparenza era sgraziata e non certo perfettamente intonata. Ma si è dimostrata clamorosamente capace di raccontare, di scendere nelle parole e viverle con l’accentuazione dei toni o il loro approfondimento, quasi che diventasse uno strumento anche emotivo del testo. Se si parla di forza di un cantante, si deve per forza pensare anche a Battisti, non a certi interpreti perfetti ma emotivamente frigidi. Cantando Emozioni, la sua voce è musica, nei lievi vibrati c’è il sogno e la follia di guidare a fari spenti nella notte perché bisogna fermare qualcosa che «è dentro me ma nella mente tua non c’è». Anche la metrica era personalissima perché tu chiamale, se vuoi, emozioni e spesso la cadenza delle battute può essere dilatata o ristretta a piacere per rendere l’idea delle parole.

E infine c’è la musica, il vero patrimonio di Battisti, il suo miraggio, la sua dannazione.

Chi suonava con lui sa bene quanto fosse attento. E chi allora non suonava con lui, ascoltava i nuovi brani come se fossero corsi di aggiornamento in una fase cantautorale ancora drammaticamente e provincialmente legata alla centralità dei testi. E il quadruplo cd Masters (pubblicato da Sony l’anno scorso con le versioni rimasterizzate del repertorio), conferma quando si potrà ascoltare nei 20 vinili in uscita il 14 settembre, sempre su Sony, con gli album originali in formato Vinyl Replica. I dettagli, ecco cosa faceva la differenza insieme agli arrangiamenti. Il giro di basso lievemente disarmonico, il tocco di batteria sfuggito all’ultimo, il colpo di tacco sul pavimento mentre si arpeggia la chitarra: il segno di una registrazione quasi dal vivo dopo prove infinite. Con Battisti in sala d’incisione non era «buona la prima» ma era «buona la migliore» anche se c’era qualche imprecisione. La passione. L’empatia. Ed è per questo che il repertorio è di una attualità decisamente superiore agli altri di quell’epoca. Nel Nostro caro Angelo già dall’iniziale giro di basso sganciato dall’acustica c’è una forza rock tuttora seguita, il fraseggio e l’assolo finale di chitarra di Con il nastro rosa (di Phil Palmer che dal 1980 ha iniziato a collaborare con Dylan, Clapton, Elton John e decine di altri fuoriclasse) sono tra i migliori dell’epoca e Anima latina non è solo un ponte con la «fase Panella», ma è anche l’apertura della musica d’autore italiana alle influenze sudamericane e alla modifica della forma canzone: non aveva praticamente ritornelli ma rimase al primo posto in classifica per tredici settimane, a conferma che il pubblico premia sempre le grandi idee. Era il 1974 e lui era il numero uno. E quando si è numeri uno per tanto tempo, a un certo punto non sai più cosa inventarti, disse più o meno nell’ultima intervista conosciuta, alla Radio Svizzera. Si inventò la collaborazione con Panella (fatta di qualche capolavoro poco conosciuto come il surreale Don Giovanni). E infine sparì nel buio del suo destino, lasciando una luce così accesa che ancora oggi, accidenti!, basta un verso di quei brani per illuminarci l’anima come se il sole fosse qui.

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