Rita, la signora che la strage ha reso icona dell’antimafia

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Era nata a Palermo il 2 giugno del 1945, nel popolare quartiere della Kalsa dove c’era la farmacia di famiglia.

Ma la Rita Borsellino che oggi piange tutta Italia, quella che instancabile andava di scuola in scuola a raccontare ai ragazzi suo fratello Paolo e perché si deve dire no alla mafia è nata dopo, molto dopo. Il 19 luglio del ’92, per l’esattezza. Il giorno maledetto della strage che sotto casa sua, in via D’Amelio, uccise suo fratello.

Se ne è andata a 73 anni Rita Borsellino, la sorella più piccola di Paolo, il magistrato trucidato nella strage di via D’Amelio. È morta in ospedale, nella terapia intensiva dell’Ospedale Civico dove era ricoverata. È morta il giorno di ferragosto, quasi a incarnare un riserbo che a dispetto della celebrità e anche della parentesi politica aveva sempre mantenuto. Era malata, da tempo. Ma anche in sedia a rotelle e provata, finché ce l’ha fatta, non ha mancato di partecipare a dibattiti, manifestazioni. C’era anche lo scorso 19 luglio, nonostante le condizioni di salute, visibilmente sofferente. A portare la sua testimonianza, il suo sorriso.

«Nata il 19 luglio, lo sguardo dolce dell’antimafia» si intitola un libro del 2006 (edizioni Melampo) che racconta la sua storia. Le sue due vite, quella di donna qualunque, farmacista e madre di tre figli, e quella dell’icona simbolo dell’antimafia, dopo la strage del ’92. Paolo, quella maledetta domenica, stava proprio andando a casa sua. Perché con lei, la figlia minore, viveva l’anziana madre. Quel botto, innescato forse manomettendo all’esterno il suo citofono, ha fatto da spartiacque della sua vita. Quel giorno, raccontava spesso negli incontri coi ragazzi delle scuole, l’aveva trasformata, le aveva imposto di impegnarsi in prima persona. E da quel giorno Rita Borsellino non si era più risparmiata. L’impegno nelle scuole di tutta Italia e gli incontri coi ragazzi. Il lavoro con l’Arci e poi con Libera di cui a lungo è stata vicepresidente.

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Dolce, è l’aggettivo associato a Rita Borsellino che più ricorre sui social che da due giorni la piangono, senza sosta. Ma Rita Borsellino era anche ferma, fermissima. Come quando due anni dopo la strage, nel 1994, non fece salire a casa sua l’allora premier Silvio Berlusconi arrivato all’improvviso per le celebrazioni di via D’Amelio. Nessuno l’aveva avvisata, le suonarono al citofono. E lei, convalescente, ebbe sì uno scambio di battute col premier, ma solo al citofono, appunto. O come nel 2015, quando nel pieno della bufera contro l’allora governatore dem Rosario Crocetta gli fece sapere via sms (all’epoca la raccontò a Radio 24 il fratello Salvatore, ndr) che non era persona gradita alle manifestazioni del 19 luglio in via D’Amelio.

Dolce, ma ferma. E proprio per questo anche con la politica, che per qualche tempo ha frequentato, la Borsellino ha avuto un rapporto di servizio più che di amore. La discesa in campo, per così dire, nel 2006, quando l’allora centrosinistra (più la sinistra che i Ds, che si accodarono in seconda battuta) la spinse a candidarsi a presidente della Regione. Il centrodestra, allora Cdl, candidava Totò Cuffaro. E Rita perse ma con onore, 41,6% contro il 53% del governatore uscente. Un flop le candidature a sinistra per le Politiche. Ma nel 2009, candidata come capolista del Pd alle Europee, è un trionfo da 229.971 voti. Il flirt col Pd dura poco. E si rompe nel 2012, prima col pasticciaccio delle primarie che alla fine porta Leoluca Orlando a candidarsi al posto suo a sindaco, poi col «no» a Crocetta candidato governatore che porta la Borsellino alla creazione di un suo movimento: «Un’altra storia».

La camera ardente è stata allestita in un posto che per Rita era una vittoria: il centro Paolo Borsellino nato in un bene confiscato in via Bernini, dove viveva da latitante Riina. Bipartisan il cordoglio, dalla Lega a Leu, da Forza Italia al M5s. Per tutti il capo dello Stato Sergio Mattarella: «Una testimone autentica dell’antimafia». Oggi i funerali. IL GIORNALE.IT

 

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