Danilo Toninelli a Pietro Senaldi: “Sono pragmatico e me ne frego se mi danno del razzista, io salvo vite”

«Me lo dice anche mia mamma, sono maleducato, nove volte su dieci non rispondo al cellulare». La confessione è di Matteo Salvini. C’ è però un uomo al quale il ministro dell’ Interno non si nega mai telefonicamente. Malgrado lo senta cinque-sei volte al giorno, anche di più. È il suo collega di governo, il ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli da Soresina, anche lui razza padana. «Spesso Matteo è la prima telefonata del mattino, quasi sempre l’ ultima della sera, se mia moglie vedesse i tabulati, penserebbe che siamo amanti» ha recentemente confessato il pentastellato a Panorama.
Quasi coetanei, entrambi lombardi, per il resto hanno poco in comune. Il leghista è un leader nato, il cinquestelle un soldato scelto in missione speciale, tre anni nell’ Arma da sottufficiale, nei secoli fedele. A prima vista, quello grillino dei due sembrerebbe Salvini, per il suo look alla Fico, mentre Toninelli parrebbe più un leghista che un adepto di M5S; quando poi lo senti parlare, ne hai quasi la certezza, per la cadenza da bassa bresciana o alto cremonese. Se ti soffermi sul contenuto delle parole infine, la differenza tra il titolare del Viminale e quello delle Infrastrutture emerge, ma soprattutto nei toni: i due non parlano la stessa lingua, però si capiscono, specie quando i loro discorsi toccano il tema immigrazione o la missione dell’ esecutivo gialloverde. Già, perché Toninelli è l’ articolo 1 del contratto di governo, la quintessenza dell’ alleanza. I suoi studi, in giurisprudenza, e la sua esperienza da parlamentare, esperto di regolamenti ed estensore della proposta di riforma elettorale di M5S, che in suo onore prese il nome di «Toninellum» avrebbero dovuto indirizzarlo verso il ministero della Giustizia. Invece gli sono toccate le Infrastrutture. «Mi hanno scelto perché è il ministero più politico» spiega, «quello più delicato nei rapporti con l’ alleato di governo, viste le differenti posizioni tra noi e la Lega in tema di opere pubbliche e la determinazione di Salvini sull’ immigrazione». Obiettivo centrato, Interno e Infrastrutture hanno formato l’ asse intorno al quale finora gira l’ intero governo. Salvini è ingombrante come dirimpettaio, specie sul fronte immigrazione «È impegnativo, ci si deve sentire spesso per determinare la linea politica, ma ormai abbiamo approntato un modello di comunicazione rodato: ci confrontiamo, stabiliamo le reciproche competenze e agiamo».

Litigi?
«Discussioni, ma devo dire che andiamo molto d’ accordo, non c’ è mai stata una reale frizione. Agiamo in sintonia operativa».
Allora lei è un diplomatico?
«Pragmatismo padano. Comunque nella trattativa me la cavo. Ho capacità di sintesi e imparo velocemente. Sono un uomo di condivisione, perseguo l’ unità di intenti».
Non teme di essere tacciato di razzismo e xenofobia, ad andare troppo d’ accordo con il ministro leghista sull’ immigrazione?
«Sono accuse fasulle, me ne frego e tiro dritto. Non bado a come uno si esprime e non commento i toni, mi interessano i fatti e il parlar chiaro, anche se duro. Non mi piace il politichese, nasconde sempre delle fregature.
La verità è che stiamo salvando vite umane in sicurezza e legalità. Questo governo ha impresso una svolta in Italia e in Europa sull’ immigrazione e l’ ha fatto raccontando la verità e tirando fuori i numeri, sia sul ruolo ambiguo delle organizzazioni non governative, sia sui morti in mare, che sono in calo».
Cos’ è cambiato?
«Prima c’ era un autolesionismo politico: l’ accordo Sophia autorizzava chiunque raccogliesse profughi nel Mediterraneo a portarli in Italia, il che avveniva automaticamente e in segreto, è capitato anche che venissero sbarcate settemila persone in 24 ore. Oggi raccontiamo tutto: chi salviamo, dove, e perché lo sbarchiamo o non lo sbarchiamo da noi. Così abbiamo tolto il velo sull’ ipocrisia delle ong e di chi specula sull’ accoglienza e dell’ Europa, dove nessuno Stato in realtà fa i salti di gioia quando si tratta di ospitare profughi. Con l’ accordo firmato a Bruxelles però abbiamo ottenuto che si passasse dalle parole ai fatti e costretto l’ Europa a far seguire alle promesse i comportamenti e ospitare la sua parte di migranti».
Il tema immigrazione è divisivo per M5S: Fico fa spot settimanali per l’ accoglienza.
«Non ci sono due anime dentro Cinquestelle. Fico ha un linguaggio diverso dal mio ma la pensa come il governo: vuole salvare vite umane, sostiene che chi sbarca qui non arriva in Italia ma in Europa e ritiene che l’ Italia non possa affrontare il problema migratorio da sola. Il resto sono speculazioni».
La politica sull’ immigrazione sarà anche condivisa all’ interno del governo, ma per ora porta consensi solo alla Lega: non ha il sospetto che la stiano fregando?
«Non guardo i sondaggi, i conti si fanno alla fine, sulla base delle promesse mantenute. Oggi il nostro faro è l’ immigrazione, domani sarà il lavoro, la precarietà, la solidarietà, i vitalizi e gli altri temi più legati alla natura di Cinquestelle».
Quanto durerà il feeling M5S-Lega?
«Ci vorranno tutti i cinque anni della legislatura per realizzare il contratto di governo».
E poi, vi unirete?
«No, ognuno andrà per la sua strada e gli elettori sceglieranno».
Prima che con la Lega avete provato a governare con il Partito democratico «Ci abbiamo tentato. Il guaio è che loro sono disconnessi dalla realtà. Gli abbiamo dato la possibilità di riscattare le loro politiche fallimentari ma loro hanno preferito restare sull’ impostazione fallimento».
Cinquestelle è cresciuto a discapito dei Dem?
«Il Pd ha iniziato a pensare e agire come la destra e la gente se ne è accorta: agli elettori veniva detto che il Pil cresceva, ma le tasche rimanevano vuote, così hanno abbandonato Renzi e compagni. Se non vai più al mercato o in periferia, è il momento di andartene a casa. Esattamente come è successo all’ Unione Europea, la sinistra ha perso di vista la gente e come vive».
Come mai con la Lega invece ha funzionato?
«I leghisti hanno un pragmatismo maggiore, non hanno le barriere ideologiche della sinistra. Hanno capito che c’ era un’ opportunità e l’ hanno colta, anche per senso di responsabilità. L’ establishment ci critica, invece ci dovrebbe ringraziare: la legge elettorale scellerata che avevano fatto aveva creato il caos, questo governo ha evitato che la situazione precipitasse».
Dicono che c’ è un deficit di competenze in Cinquestelle «Se a sostenerlo è chi ha ridotto il Paese al fallimento, suona quasi come un complimento».
Allora siete il governo del salvataggio, prima ancora che del cambiamento?
«Senz’ altro rappresentiamo un argine alle fronde estremiste che ci sono nel resto d’ Europa. Se in Italia non c’ è un partito razzista o xenofobo – e chi sostiene che la Lega lo sia, è in malafede -, il merito va a M5S».
Il ministro dell’ Economia, il tecnico Tria, vi ha fatto le pulci sulle nomine e mette paletti al contratto: è un problema per il governo?
«Tria, come tutti gli altri ministri, è stato nominato per dare esecuzione al contratto di governo. È un tecnico di valore, confido che si atterrà al mandato».
Parliamo di lei: per quale grande opera verrà ricordato?
«Nessuna in particolare. Il cuore del mio ministero non è un’ opera simbolo, come una cattedrale nel deserto, ma l’ insieme di tante piccole opere sul territorio che creano lavoro, progresso e ricchezza e ci permettono di recuperare il deficit di sviluppo di questi anni. Preferisco migliorare le strade che costruire il Ponte di Messina».
Allora ha ragione chi teme che Cinquestelle non farà grandi opere e sostiene che siete il partito della decrescita?
«Non ho detto affatto questo. In linea di principio non bloccherò le opere già in corso, ma è chiaro che sulle principali sto analizzando i dossier. Pensavo di poter decidere in un paio di settimane, ma ci vorranno invece dei mesi, sono pratiche complesse».
Veniamo al punto: la Tav la fa, anche se Grillo andò più volte in Val di Susa per fermarla?
«Stiamo studiando la pratica, ho una squadra di esperti al lavoro. Se i benefici supereranno i costi, alla fine la faremo anche se Cinquestelle era contraria e non si sarebbe mai imbarcata in un’ opera simile. Non possiamo far pagare ai contribuenti penali enormi per i danni ai Paesi e alle aziende con cui i precedenti governi italiani si sono impegnati».
E la Tap, il gasdotto ammazza-ulivi in Puglia, che ha dato luogo anche a scontri violenti tra polizia e manifestanti?
«Stesso discorso, anche se lì stiamo lavorando a progetti più sostenibili».
Il Mose?
«È un’ opera quasi compiuta».
Allora siete cambiati. Ma lo sa che qualche vostro vecchio elettore vi contesta anche solo perché state valutando di fare qualche grande opera?
«Macché cambiati, ci siamo evoluti, siamo più preparati. Abbiamo avvicinato alla politica tantissime persone che non votavano più, dando la possibilità di uno sfogo istituzionale alla protesta. Io stesso, prima di incontrare Grillo, non votavo da anni e anni. Facevo politica ma ero estraneo ai partiti perché nessuno rappresentava i miei valori».
E cos’ ha trovato di così speciale in M5S?
«La possibilità di entrare naturalmente in un movimento che mi calzava a pennello, rispondeva ai miei valori di impegno e onestà e mi ha dato la possibilità di creare un gruppo attivo a livello locale, una cellula che elaborasse dei progetti».
Tornando ai progetti: di quanti soldi ha bisogno per tutto l’ insieme di piccole-grandi opere che ha in testa?
«Sono stati stanziati cento miliardi in 15 anni per connettere tutta l’ Italia, ma io voglio trovare altri soldi, perché ho due idee in testa a cui non voglio rinunciare».
E quali sarebbero?
«Non amo le auto. Voglio implementare la mobilità elettrica, aumentare il numero dei caricatori di energia nelle strade, dare incentivi fiscali alle case automobilistiche che investono nel settore. Darò l’ esempio: presto il mio ministero utilizzerà in comodato auto elettriche. Stiamo anche valutando di dotare gli aeroporti solo di mezzi a energia pulita, per iniziare».
L’ altra idea?
«Tirar giù più gente possibile dalle automobili. Da settembre girerò i treni regionali di tutta Italia. Vorrei che lo Stato rilevasse dalle Regioni la proprietà dei binari, per gestire in prima persona la mobilità dei pendolari. Immagino gente che esce di casa in bici, sale sul treno e poi pedala fino al lavoro».
E quando piove?
«Stimolerò anche il car-sharing, la condivisione dell’ auto per andare al lavoro».
Come mai, tra centinaia di grillini è emerso proprio lei, dopo Di Maio e Di Battista?
«Non mi piace dire che sono emerso. Però è stato decisivo aver dato l’ anima. Nell’ estate del 2013 ero neoeletto ed era appena nata mia figlia, Soleste. Il Pd già voleva cambiare la legge elettorale e noi dovevamo presentarci con una proposta alternativa. Così affittai una casetta a Tarquinia per la famiglia e passai tutto agosto ad andare su e giù in treno. Ne uscì il Toninellum e le tv cominciarono a chiamarmi per parlarne. Credo di essermi ritagliato il mio spazio per la serietà e l’ affidabilità: quando prendo un impegno o dico una cosa, è quella».
Anche lei non si ricandiderà, quindi?
«Io? Mai avrei pensato in vita mia di finire in Parlamento. Lo faccio meglio che posso, rinunciando a vedere la famiglia, il che mi pesa molto, ma sono uno che rispetta le regole: due mandati e chiudo. Poi continuerò a far politica, ma in altri modi. C’ è tanta gente dietro le quinte al lavoro anche oggi, saprò cosa fare».
Lapidario. I tre anni da carabiniere sono stati come un tatuaggio nel cervello. È fedele, non si piega e non si spezza, Toninelli. E come potrebbe, la sua giornata parte alle 6, pompando i muscoli in palestra. «Lo sport è la mia cura» fa mettere a verbale.

 

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