Vittorio Feltri: “Perché voglio che tutti i sindacati spariscano”

Pubblichiamo il botta e risposta tra Francesco Paolo Capone, segretario generale Ugl, e il direttore, Vittorio Feltri.

Caro Direttore,

ieri il vicepremier e Ministro del Lavoro e per lo Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, ha comunicato l’intenzione di una verifica della rappresentanza sindacale, nella convinzione che ciò possa stimolare «un processo di aggiornamento all’interno delle rappresentanze». È fuor di dubbio che, in passato, i sindacati siano stati vittima di centralismo, eccessiva burocrazia e assenza di autonomia e, molte volte, abbiano guardato al merito delle questioni in modo non indipendente e neutrale.

Al netto di questo, occorre ribadirlo, il sindacato ancora oggi riesce a mantenere il suo ruolo autorevole e di comprensione dei problemi, in un universo lavorativo profondamente mutato, aperto a nuove sfide, a nuovi diritti e nuovi doveri, in cui c’è bisogno di un’adeguata rete di protezione e di formazione.

Per dirla con Bauman, siamo di fronte a un mondo del lavoro sempre più “liquido”, caratterizzato da un “precariato esplosivo” (che il Ministro Di Maio con il suo decreto vuole cancellare) e che ha messo in crisi tutti i corpi intermedi, in cui, nonostante la retorica avversa, il movimento sindacale può ancora recuperare la propria azione solamente se riuscirà a irrobustirsi nei luoghi di lavoro. Occorre, dunque, che i sindacati siano in grado di farsi promotori di dinamiche di inclusione e coesione sociale, elaborando una visione che ponga al centro del loro operare una nuova “etica dello sviluppo”, in cui si dia centralità alla salvaguardia delle dignità del lavoratore e dei suoi diritti, accertato che l’attuale sistema economico-finanziario è ormai divenuto insostenibile, anche dal punto di vista ambientale.

In tal senso, il «sindacalismo di prossimità» ai luoghi di lavoro che si estrinseca con la proposta del contratto di comunità (avanzata dal nostro sindacato Ugl), può rappresentare una sfida sempre più centrale per garantire a tutti i lavoratori i miglioramenti delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro, attivando al contempo un circuito virtuoso che va al di là del semplice aspetto economico.

Ci auguriamo tutti, quindi, che quando il Ministro Di Maio parla di «un processo di aggiornamento all’interno delle rappresentanze», sottintenda la volontà di ricondurre al centro della democrazia i cosiddetti corpi intermedi, ancora attuali nel rapporto tra Stato e cittadini, inaugurando con i sindacati un confronto aperto, magari anche critico, ma propositivo, incentrato piuttosto sulla questione occupazionale e sulla necessità di rilanciare quantitativamente e qualitativamente il lavoro, come chiedono milioni di nostri concittadini.

di Francesco Paolo Capone
Segretario Generale Ugl

***

Caro segretario generale, devo confessarle di non aver capito molto della sua lettera, anzi nulla. Ciononostante la pubblichiamo volentieri perché immaginiamo che i lavoratori che lei rappresenta al massimo livello siano più arguti di me. Approfitto della circostanza per dirle rispettosamente che a me i sindacati non vanno a genio, avendo essi arrecato più danni al popolo che vantaggi. Naturalmente mi riferisco in particolare alla Associazione dei giornalisti la cui categoria conosco bene da parecchio tempo. Il nostro organismo difensivo dalla fine degli anni Sessanta ha cominciato a trasformarsi e in breve è diventato una minaccia, anzi, una iattura per la corporazione degli scribi. Quando iniziai a fare questo mestieraccio, il mio primo stipendio (1968) di praticante, con meno di tre mesi di anzianità, ammontava a 240 mila lire il mese. La cifra oggi non dice niente. Faccio solo presente che con 490 mila lire compravi una Fiat 500, il potere di acquisto della moneta era quindi rilevante. Chiaro?

Nel giro di pochi lustri avvenne uno sconvolgimento retributivo. Nel 1975, allorché il sindacato ebbe una influenza maggiore nelle redazioni, noi ricchi amanuensi che incassavamo 800 mila lire il mese, all’improvviso diventammo non dico poveri, ma subimmo una decurtazione notevole dei compensi. Per esemplificare, le ore straordinarie mensili, che contribuivano a ingrassare le buste paga, furono ridotte a 21 onde favorire assunzioni delle quali non vi era alcun bisogno. Aumentò il numero dei colleghi e diminuì sensibilmente l’ammontare delle palanche. I sindacati ci fecero un dispetto grave. E io dovrei stimarli, apprezzarli?

Cessai di iscrivermi ad essi, giudicandoli nemici miei e dei cronisti in generale. I tribuni del popolazzo erano quasi tutti comunisti che puntavano ad appiattire i nostri redditi per infoltire gli organici nella speranza di avere un seguito massiccio da parte dei nuovi, numerosi redattori reclutati all’Unità e in varie altre testate rosse.

Queste operazioni hanno mandato in frantumi un mondo in cui mi trovavo bene e aperto le porte allo schiacciamento salariale. Al punto che oggi, un praticante, con il poco che guadagna riesce in 30 dì, a malapena, a comprarsi una bicicletta, magari di seconda mano.

Tutto ciò grazie ai sindacati, i quali hanno ammazzato la categoria dei pennini riducendoli a proletari di seconda fila. Dovrei elogiarli? No, li vorrei eliminare, anche se personalmente vivo decentemente poiché al loro appoggio, che poi tale non è, ho rinunciato da una vita trattando le mie vicende economiche per i fatti miei, ricavando soddisfazioni rilevanti.

In conclusione, sono persuaso – dati alla mano – che ogni lavoratore debba arrangiarsi per conto proprio. Forse non riuscirà a sistemare il proprio portafogli, ma almeno non lo distruggerà. In sintesi, i sindacati non sono amici di chi lavora, bensì nemici che impediscono la pacifica convivenza nelle aziende e ne polverizzano il benessere.

 

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